Skyscrapers in the jungle

When? June 25-28
Pictures: MALAYSiA - Pulau Penang
On the map: Point 6

En venant à Pulau Penang, nous recherchions la nature, nous avons trouvé de l’urbain ; comme ça la couleur est donnée ! Cette île, dont la ville principale Georgetown est classée au patrimoine de l’Unesco, présente bien de nombreux intérêts, mais lorsqu’on s’attend à des paysages paradisiaques, à des plages de sable blanc et à des petits ports de pêche, on peut vite être déçus.


Après KK (Kuala Kangsar si vous suivez bien…), nous avons pris le bus jusqu’à Butterworth d’où partent les ferries pour Penang. Il existe un pont qui relie l’île au continent, mais ce n’était pas sur la trajectoire de notre bus. Pas grave car s’il y a bien quelque chose de facile en Malaisie, c’est les transports : il y a toujours tout un tas de bus/bateaux/trains qui partent pour tout un tas de destinations, et ce plusieurs fois par jour parfois. EA-SY!

Penang a signé notre retour à la civilisation touristique. Après avoir arpenté Love Lane, ZE street où se trouvent toutes les guest-houses, nous avons posé nos valises à la Love Lane Inn… pensant y trouver un peu d’amour, on y a surtout trouvé de la grosse chaleur. Une température dans cette piaule j’vous jure, à poil et le ventilo à fond les manivelles qu’on transpirait quand même à grosses gouttes ! C’est marrant les guest-houses car elles sont remplies de backpackers comme nous, mais une fois sortis de là on ne les voit plus nulle part (bon sauf dans les bars). Ils font quoi ces gens dans la journée ?? Nous on n’a pas bu une goutte d’alcool depuis qu’on est partis ; à la place on se délecte de jus de fruits frais : pomme, litchi, citron vert, pastèque, carambole, pitaya, ananas, mangue, corossol, noix de coco…

Georgetown est, tout comme KL et de nombreuses autres villes malaisiennes, divisée entre Chinatown et Little India, les deux minorités ethniques principales. Notre cœur aurait tendance à balancer du côté de La Petit Inde et sa musique bollywood, ses rues parfumées d’encens et ses épices ensorcelantes, même si ici encore les Chinois sont majoritaires. On a pu y voir des très beaux temples, beaucoup plus anciens que ceux visités précédemment, si bien que Marco a admis ne pas en avoir vu d’aussi beaux en Chine ! La ville regorge de très belles demeures et devantures datant de l’époque des Nyonyas, les descendants des premiers immigrants chinois installés à Penang. Avec tout ça il est assez difficile de saisir l’identité malaisienne en tant que telle car elle est un mix de toutes ces cultures. Malaysia, Truly Asia!

Essayant en vain d’étancher notre soif de nature, notre choix s’est porté sur Penang Hill, qui promettait une vue EX-TRA-OR-DI-NAIRE sur toute l’île et des chemins de rando pour y accéder. Mauvaise news, le funiculaire y menant (oui la rando c’est pour la descente, on n’est pas fous non plus) avait été remplacé cette année-même par un wagon super high-tech et le prix du ticket multiplié par… 10 !! À ce prix-là on a fait la descente en funic aussi ! La vue était assez spectaculaire, bien que les photos ne lui rendent pas grâce. On s’est ensuite dirigé vers Kek Lok Si, temple ressemblant à une grosse pièce-montée colorée. Là encore, mauvaise news, le site était sur le point de fermer. On s’est quand même frayé un chemin via les boutiques de souvenirs histoire de prendre quelques photos et on a bien failli se faire enfermer là ! Au fait, pourquoi tant de tortues partout ? Parce que dans la tradition bouddhiste, il existe un rituel de libération permettant aux fidèles d’accomplir un acte de mérite en relâchant une tortue dans le bassin d’un temple…

Le lendemain, j’avais absolument tenu à aller dans le Sud de l’île pour voir un petit village de pêcheurs. Très mauvaise idée Lilou… 1h de bus avec pour seul paysage une énorme cité de banlieue entourée de palmiers et autres arbres tropicaux. Irréel. À l’arrivée, il y avait bien des bateaux, mais rien que je puisse qualifier de ''village''. Heureusement que le meilleur était encore à venir… trois heures de marche dans le Penang National Park, une jungle relativement domestique : on y a vu des chats, des chiens, des écureuils, des papillons, des libellules, des singes et un serpent, un ! Le sentier débouchait sur un lac méromictique (dont les eaux à la fois douces et salées ne se mélangent pas), puis sur une plage de sable blanc déserte… Le bonus : mon premier bain dans l’Océan Indien !


Quello che non sapevamo prima di arrivare è che Penang è una città-isola, come Singapore o Hong Kong, giusto meno affollata. Già da Butterworth, il punto sulla terraferma da cui partono i traghetti per l’isola, vediamo le case bianche che spuntano ai piedi delle colline. C’è addirittura qualche grattacielo.

Mentre trasciniamo i nostri 15 chili di averi attraverso Georgetown, la città che, volendo credere davvero che l’isola non sia un’unica conurbazione, ne sarebbe il capoluogo, abbiamo già un’idea dello spirito locale. Attraversiamo prima il quartiere indiano e poi quello cinese, con le case coloniali britanniche occupate da insegne con caratteri hindi o cinesi. Prendiamo possesso di una stanza con un preziosissimo ventilatore in un ostello di Love Lane, che scopro con sollievo non essere un covo di hippy, ma semplicemente una via intitolata ad un certo Mister Love.

Più degli edifici coloniali protetti dall’Unesco, a stupirci sono proprio i quartieri etnici, perché a Little India davvero si sente odore di incenso e musica di Bollywood. È la struttura della Malesia, dove gli inglesi durante il periodo che amano chiamare imperiale hanno portato i cinesi per mandare avanti gli affari e gli indiani perché lavorano e tacciono. I malesi osservano, quando non sposano qualche ricco mercante cinese per fondersi nell’etnia mista dei Nonya, che a Georgetown hanno lasciato diverse case in stile misto fra inglese e cinese, misti nel nome dell’esagerazione. Visitiamo templi indù, moschee e decine di templi taoisti, ognuno intitolato ad un diverso clan di discendenza cinese. L’unico che ci perdiamo è quello più famoso, perché arriviamo proprio all’orario di chiusura. Poco male, perché in molti casi i cinesi tendono ad esagerare e la presenza di un Buddha di 30 metri mi suggerisce l’idea che questo possa essere uno dei casi in questione.

Per trovare un po’ di verde saliamo sulla cima di una collina panoramica (trovando solo turisti arabi in cerca di fresco), prendiamo l’autobus fino all’estremità sud dell’isola (trovando pochi pescatori e molte raffinerie di pesce) e infine un altro autobus fino all’estremità nord, trovando finalmente il più piccolo parco nazionale della nazione. È veramente un altro mondo. Per 2 ore ci arrampichiamo lungo un sentiero nella giungla, fra alberi giganti pieni di scimmie che ci urlano da lontano. Troviamo anche farfalle colorate e un serpente arboricolo verde, che ci sbarra la strada verso metà percorso. Dopo 2 ore il sentiero si apre su di un lago a due strati di acqua dolce e salata (pare sia un fenomeno molto raro) e una spiaggia completamente vuota.

Poi qualcuno ci dice che se vogliamo trovare un’isola incontaminata dobbiamo prendere il traghetto per Langkawi e finalmente si parte di nuovo.

Hippo & Koala Gangster

When? June 23-24 
Pictures: MALAYSiA - Ipoh & Kuala Kangsar
On the map: Points 4 & 5

Ad Ipoh arriviamo in una corriera piena di studenti che lottano per scegliere la colonna sonora. Alla fine ha la meglio un ragazzo con la sua mistura di pop mieloso e heavy metal. Scendiamo dagli altopiani ed entriamo in un territorio pianeggiante, con qualche monte di roccia friabile sparso qua e là. Sono monti pieni di caverne, che spesso li perforano da parte a parte. Molte di queste caverne sono state riconvertite in spettacolari templi buddisti. Li vediamo già dal pullman, prima di scendere nell’afa della stazione di Ipoh.

La città è uno dei primi centri coloniali inglesi sulla penisola malese e l’architettura coloniale è rimasta negli edifici del centro, sia pur anneriti e sbrecciati dai commercianti cinesi, i nuovi inquilini, che non sembrano badare troppo alla forma. Non passiamo troppo tempo nel centro, ma preferiamo prendere l’autobus e visitare i templi nelle caverne attorno alla città. In una sola zona ne troviamo quattro, ognuno commissionato da un clan cinese differente. Alcuni sono antichi, dipinti con gusto, altri sembrano parchi giochi per bambini, con Buddha dai colori vivaci e decorazioni da ristorante cinese (versione europea). Sem Poh Tong si apre su di un enorme cortile interno alla roccia, con uno stagno pieno di tartarughe, liberate per chiedere una grazia.

Perak Tong invece occupa una montagna intera, più di 800 metri di roccia traforati da una scalinata di 450 gradini. Le pareti interne sono dipinte e ogni nicchia naturale è occupata da un Buddha o da divinità induiste. In effetti l’identità religiosa non è troppo chiara e si confonde ancora di più quando parliamo con un monaco tailandese, arrivato apposta con il fratello e un amico per visitare il tempio. È lui ad attaccare bottone e sembra orgoglioso di vedere due occidentali in visita ad un tempio della sua religione (sì, ma quale? Taoista? Buddista? Induista). È così orgoglioso che accetta di posare con Petit Poilu, in onore dell’identità cromatica che li accomuna.

Poi proseguiamo per Kuala Kangsar, sede del sultano dello stato del Perak, che è forse il sultano più importante della Malesia e ha dato i suoi colori gialloneri anche alla nazionale di calcio. La cittadina spunta dall’interno della giungla, su di un fiume marrone e si estende comoda, lasciando tanto spazio al verde quanto alle abitazioni. Il centro è occupato ovviamente dal casino dei cinesi, ma verso l’esterno partono tranquille strade piene solo di ragazzini in motorino. Proprio lungo queste strade sono stati costruiti una delle moschee più importanti del Paese e la reggia del sultano, un monumento tanto maestoso quanto pacchiano al potere dell’autorità religiosa locale. Fra tutti questi edifici, quello più bello è forse quello più piccolo, un edificio in parte sopraelevato, costruito interamente in legno e bambù intrecciato, senza usare chiodi.

Gli stranieri qui sono talmente rari che per strada tutti ci salutano. Passiamo una notte in un antico edificio coloniale in legno scuro e massiccio (riconvertito in hotel a bassissimo prezzo) e partiamo presto per Butterworth e l’isola di Penang.




Vous devez vous dire qu’on choisit de drôles de titres quand même. Meuh non, vous allez comprendre très vite ! Suite à nos vagabondages dans les collines vertes, nous sommes partis à Ipoh (…potame !), à deux petites heures de bus. Il s’agit de la plus grande ville de la région de Perak, avec env. 630 000 habitants dont la plupart sont chinois. Cette ville nous a attiré par la présence des ''cave temples'' (temples construits en partie dans la roche) aux alentours et parce que le Lonely Planet en disait du bien (note pour plus tard, le LP dit parfois des conneries !). Nous nous sommes donc lancé corps et âme dans la visite de temples bouddhistes – pensant au départ visiter les deux principaux, Sam Poh Tong au Sud et Perak Tong au Nord, c’est en réalité une ribambelle de temples qui nous attendaient dans la même allée, donc autant vous dire que vous allez en bouffer en photo ! Cela dit, ils ont tous quelque chose de différent, du très coloré qui ferait presque penser à une fête foraine, au plus majestueux avec des ornementations fines et détaillées, en passant par le ''business'' avec des boîtes de donation parsemées un peu partout.

De retour de notre expédition, nous avons visité la ville (Ipoh, donc), à l’architecture très marquée à la fois par son passé colonialiste et sa domination chinoise. Moi j’aime beaucoup toutes ses échoppes chinoises donnant sous un porche et cachées par un store ressemblant aux calendriers généralement offerts dans les restos asiatiques en Europe. Le soir venu, lorsque nous nous sommes mis à la recherche de quoi nous sustenter, tous les restaurants étaient soudainement fermés. J’ai bien essayé de savoir pourquoi, mais personne n’a eu l’air de comprendre pourquoi je me posais cette question ; si c’est dîner qu’on voulait, pas de problème, on pouvait aller au marché de nuit ! C’est ce qu’on a alors fait, et de surcroît goûté l’une des spécialités locales : le bean-sprout chicken (poulet aux germes de soja). Pas mal. Une fois rentrés à l’hôtel, nous avons grandement apprécié notre chambre tout confort : air conditionné, salle de bains privative et TV !! Ce n’était pas vraiment voulu, mais Ipoh voit peu de touristes et du coup les guest-houses pas chères sont plus difficiles à trouver. On y est restés jusqu’à l’heure limite du check-out pour la peine !

Notre plan ensuite était de continuer notre ascension vers le Nord du pays. Première étape : le cave temple restant, Perak Tong. Le plus beau de tous, si bien que même des touristes thaïlandais viennent le visiter depuis Chang Mai (z’allez voir, on s’est fait des potes). Ensuite cap sur Kuala Kangsar, capitale royale de Perak. On n’était pas sûrs de vouloir s’y arrêter, mais finalement on a bien fait car c’est l’une des villes que j’ai préférées jusqu’à présent. On peut y voir (ou deviner plutôt) la résidence du Sultan de Malaisie et la mosquée Ubudiah, qui est si belle que ça donnerait presque envie de se convertir (mais non papa, pas de panique !) Ici aucun touriste occidental ; seuls les Malaisiens, et peut-être les Chinois, y viennent en ''pèlerinage''. Du coup les gens sont encore plus gentils et accueillants que d’habitude (car ils le sont déjà énormément), à dire bonjour à tout va dans la rue, à faire coucou à mobylette, c’est excellent. La ville a vraiment quelque chose de magique quand toutes les petites loupiottes s’allument à la tombée de la nuit et le fleuve qui la traverse lui donne un air romantique d’Old Asia. Bref, j’ai beaucoup aimé.

To come next: Penang and Langkawi!

Boh tea time

When? June 21-22
On the map: Point 3

Nous avons donc effectué notre premier trajet en bus pour rejoindre Cameron Highlands, à 4h de route de KL. Déjà la gare routière Puduraya, grande classe ; je peux vous dire que Galliéni fait peur à côté ! Nous avions réservé des places éco et c’est vrai que quand le bus est arrivé, il ne payait pas de mine, mais c’était sans compter les sièges deluxe dignes d’une 1ère classe SNCF. Du coup on a roupillé tout le trajet et loupé tout le paysage sur la route (ça fait moins de photos vous me direz, mes sœurs me comprendront).

À l’arrivée à Tanah Rata, ville principale des Highlands, ça a été un peu le choc. Imaginez une route unique longée de bâtiments en béton, boutiques et restos ; c’est bien simple, on aurait dit une station de ski malaisienne sans la neige ! Les guest-houses étaient toutes situées non loin de là, derrière le "bâtiment non fini" (répertorié comme tel sur le plan de la ville), je vous laisse imaginer le topo. On s’est sérieusement demandé ce qu’on foutait là.

Ma description doit vous laisser pantois jusque-là. La vérité c’est que Tanah Rata est moche, mais ce qu’il y a à découvrir autour est juste magnifique. Perché à plus de 1 200 mètres d’altitude, ce plateau renferme de nombreuses plantations de thé, aux courbes généreuses et verdoyantes, qui font littéralement rêver – surtout des amateurs de thé tels que nous ! On peut aussi y trouver des champs de fraises, des élevages d’abeilles à miel, des fermes d’insectes et papillons. C’est aussi le lieu rêvé pour trouver un peu de fraîcheur après la canicule de KL !

Nous avons commencé par suivre les chemins de rando indiqués par le Lonely Planet, mais la plupart d’entre eux recommandaient la présence d’un guide professionnel. On ne rigole pas avec la jungle ! Comme il est relativement difficile de circuler par ses propres moyens, nous avons finalement réservé une excursion. Au programme : accès au Mont Brinchang (2 031 m) pour une vue panoramique, visite des plantations et de l’usine de fabrication du Thé BOH (LE thé malaisien par excellence), puis trekking dans la très méandrique Mossy Forest, forêt la plus ancienne de toute la Malaisie, si si ! Cette forêt a aussi le mérite de n’abriter aucune vie animale, ce qui facilite grandement mon initiation à la jungle. Notre guide très calé sur la faune, la flore et le thé aussi (forcément) nous a appris tous un tas de choses très intéressantes.

Saviez-vous que les plants de thé sont les mêmes partout dans le monde ? Seule leur préparation fait la différence :
Thé noir : complètement oxydé
Thé Oolong : partiellement oxydé
Thé vert : pas oxydé du tout

Savez-vous également qu’un véritable amateur de thé aime son thé sans arôme ajouté, infusé 3 min., sans sucre, ni lait. À bon entendeur.

Maintenant nous sommes à Ipoh(potame). Suite au prochain épisode !




Ci sono decine di corriere per Cameron Highlands. Noi prendiamo quella che costa meno e comunque ci troviamo a viaggiare su divani foderati di velluto. Infatti avremo modo di recuperare parecchio del sonno perso nell’afa e nel rumore di Kuala Lumpur. Durante il viaggio apriamo gli occhi solo per veloci diapositive di paesaggio: giungla, palafitte di legno, giungla, giungla.

Tanah Rata è il centro principale dell’altopiano, a più di 1200 metri di altitudine. Una lunga via bordata di negozi e ristoranti, con qualche casa coloniale inglese, bianca con decorazioni nere a graticcio.

Quando il cielo è coperto, l’altopiano è fresco, con un’aria alpina, quasi fredda di notte. E non sono mai stato così contento di trovare brutto tempo. Partiamo per visitare le coltivazioni di tè sulle montagne che salgono dall’altopiano: sembrano giardini coperti da siepi, come labirinti dipanati. Arriviamo fino al punto più alto, a 2060 metri e scendiamo per una camminata nella foresta muschiosa, un ambiente unico, viste le condizioni ambientali, talmente unico e ristretto da non essere abitato da nessun tipo di fauna.

In compenso la guida ci mostra piante e fiori di ogni genere. Alcune le riconosciamo dall’odore, come lo zenzero selvatico, la citronella e la pianta del tè. E poi ci sono bambù, alberi di felce, pepe selvatico e orchidee di ogni tipo. Ci spiega come gli orang asli (il “popolo antico”, gli indigeni) sanno usare queste piante come medicinali o repellenti per insetti. Ma il simbolo della foresta sono i “fiori a boccale”, le piante carnivore a forma di boccale bavarese con tanto di coperchio, quelle che nei cartoni animati mangiano i cattivi. Sono ovunque, con boccali lunghi da pochi millimetri fino ad una quindicina di centimetri. All’interno sono piene di acqua e insetti, da digerire con la calma di un vegetale.

E dopo due giorni al fresco è ora di portarci un altro passo verso nord, con direzione Ipoh.

Dilarang merokok!

When? June 17-20
On the map: Point 2

Quattro giorni a Kuala Lumpur, cercando di adattarsi allo sfasamento cronologico. Per non sbagliarci la prima notte dormiamo la notte asiatica e anche quella europea. In compenso poi dimezzeremo i tempi.

Forse i malesi hanno ragione a definirsi “truly Asia”, perché qui ci sono malesi, cinesi e indiani che si gestiscono la città.I cinesi vivono nel loro solito casino, fra cibo venduto in strada, scatarrate e copie perfette delle nuove maglie del Barcellona e del Manchester United, che in Europa non avevo ancora visto. Gli indiani hanno le loro strade con fontane e lampioni dipinti di colori sgargianti, mentre i malesi si sono adattati allo stile occidentale e costruiscono torri ad un tasso che neanche i nobili toscani nel Rinascimento.

Ci sono le torri Petronas, che causa ritiro della concorrenza sono rimaste le torri gemelle più grandi al mondo. Da lontano sembrano le guglie di una cattedrale gotica, ma non sono brutte come potrebbe sembrare. Hanno un carattere decisamente asiatico, nonostante la somiglianza a distanza con Notre Dame.

Le torri sono i templi del business, il che si addice ad una nazione che si è data un motto in puro stile marketing (appena lo ricordo lo scrivo), ma abbiamo visto anche templi indù, sikh e taoisti, moschee e una chiesa. Tutti abbastanza vicini, col muezzin che cerca di non fare troppo casino.

Kuala Lumpur è l’Asia facile, perché volendo uno prende la metropolitana o la monorotaia e si installa in un hotel a vasto dispendio di stelle, cosa che noi abbiamo evitato, installandoci in un ostello con colonna sonora di ventilatore, bagno in comune e acquario.

A parte questo, gli alberi tropicali che abbiamo visto nei parchi del centro ci spingono ad uscire dal guscio urbano, così domani mattina prendiamo l’autobus per le Cameron Highlands (il nome coloniale inglese è rimasto), dove troveremo piantagioni di tè e sentieri nella giungla.

Per le fotografie invece basta premere qui.


Air Asia Bonjour, nous sommes en Malaisie !!! Air Asia, c'est pas cher mais tu meures de faim, fallait le savoir ! Deux plats sans extra en 12h avec une mini-bouteille d'eau et roule ma poule, on nous prépare déjà pour le ramadan. Du coup au bout de 9h de vol, on a craqué, on a fini par acheter des mini koalas en chocolat. Les low-costs c'est comme ça, il faut payer pour tout : la résa du siège, ton repas (minceur), ton kit ''entertainment'' et ton kit ''confort'', ET en option deux gamins aux cordes vocales bien entraînées, situés juste derrière toi pour te faire un massage du dos longue durée !! Bref on a A-DO-RÉ. À part ça, le vol no problem :-)

À l'arrivée, tout est allé très vite. Ah la Malaisie, c'est pas l'Ouzbékistan, il nous a fallu 15 minutes top-chrono pour sortir de l'avion, récupérer nos sacs (14kg by the way, pas mal hein ?), recevoir notre tampon nous permettant de séjourner 90 jours dans le pays (sans débourser une pépette) et sortir de l'aéroport ! De là, navette direction Chinatown, où nous avions décidé d'élire domicile. Une fois le Wheelers Hostel trouvé sans trop trop de mal et les 30RM de la chambre payé (1 euro = 4 ringgits, je vous laisse calculer), nous n'avons pas résisté à l'idée d'un petit somme qui finalement nous a porté jusqu'à 14h30 ! Il faut dire qu'étant arrivés à 5h du matin, c'était 23h en Europe, donc on n'a pas trop culpabilisé.

Une fois requinqués, nous avons alors commencé à explorer le quartier : Chinatown, qui avant d'atteindre le marché de Petaling ne fait pas si ''China'' que ça. Puis là, pleins de lampions rouges, de stands de sacs Gucci et Louis Vuitton, et d'inscriptions flashouillantes confirment que tu es bien dans le bon quartier. Kuala Lumpur est vraiment une ville hallucinante et très plaisante ; très moderne et touristique si bien qu'on ne se sent pas si loin de chez soi, mais assez variée et riche culturellement pour se sentir dépaysé quand même.

Nous avons poursuivi notre route vers le Merdeka Square, l'équivalent de notre Champ de Mars, puis voir les célèbres Petronas Towers de nuit. Impressionant, on se croirait dans le futur ou une bande-dessinée. Lendemain, re-14h30 le réveil (faut c'qui faut), et journée géniale au marché de Little India, où rien que la vue colorée des plats fascine. Puis passage dans la jungle de KL pour atteindre la tour Menara (400 mètres et des poussières) et avoir une vue globale sur la ville. On a vu nos premiers singes, c'est pas ouf ça ! (et mes jambes leurs premières grosses piqûres de bestioles inconnues...).

Levés cette fois à une heure raisonnable, nous avons été petit-déjeuner à l'Imbi market, puis ''approcher'' les vrais Gucci et Vuitton au Golden Triangle. Ensuite, visite du National Museum et balade au central park local. Aujourd'hui virée au temple de Thean Hou à 3km au Sud de KL. Facile pour y aller, mission pour revenir ! C'est pas grave, ça nous a permi de passer par le quartier indien de Brickflieds et de manger un bon chapati. Pour finir cet aprem, le marché de Chow Kit et le quartier résidentiel de Kampung Baru, où là les touristes n'existaient plus et les locaux se marraient à nous voir manger des rambutans (similaires à des litchis, c'est les fruits poilus en photo plus haut).

Demain, cap sur Cameron Highlands à 4h de bus au Nord-Est de KL. On va y découvrir les plantations de thé :-) Happy Us! Au fait, pour découvrir ce que veut dire le titre du post, allez sur notre galerie Picasa ! Je suis spécialiste en ''dilarangs'' à présent.

NEWMVE

Nous y voilà enfin !... dans exactement 9 heures et 1 minute, Marco, Petit Poilu et moi décollerons de Paris-Orly direction la Malaisie. Wooohoooo NOW starts our NEW Most Valuable Experience! (cf. NEWMVE est l'acronyme indiqué sur nos billets d'avion ; vous remarquez l'esprit aiguisé des linguistes cherchant une signification à tout, et puis on y a vu comme un signe...). Après tout les voyages forment la jeunesse, alors on a opté pour un VDI (= Voyage à Durée Indéterminée), histoire de rester jeunes encore plus longtemps et de dire f*** aux cheveux blancs ! Et toc.
Alors concrètement, qu'est-ce que VDI veut dire ? Et bien c'est tout simple, comme diraient les Inconnus (à quet'chose près), "tu sais quand tu pars mais tu sais pas quand tu reviens", sauf que nous on n'a pas choisi l'Albanie, mais l'Asie du Sud-Est et l'Australie. Pour résumer, que des billets simples, pas de retour !

Voici ce que nous avons en poche pour le moment :
  • 16 juin, Paris Orly > Kuala Lumpur (Malaisie)
  • 16 septembre, Denpasar (Bali) > Darwin (Australie)
  • Un Working Holiday Visa, valable 1 an à compter de la date d'entrée sur le territoire australien
... et après ça, c'est freestyle ! On va se balader et broder tranquillement autour du plan initial, avec le souhait "à priori" de visiter la Malaisie, Singapour, l'Indonésie, Brunei, l'Australie et peut-être la Nouvelle-Zélande. We'll see, tout peut toujours changer en cours de route et là réside toute la magie du voyage.


È il codice di prenotazione del nostro volo per Kuala Lumpur. Presente quei codici di lettere e numeri che danno le compagnie aeree sparagnine al posto del biglietto? Noi ci abbiamo letto un acrostico per NEW Most Valuable Experience, che ci fa iniziare già sotto una buona stella (veramente è un'eclissi di luna, peraltro mancata perché eravamo impegnati ad impacchettare).
Così fra 9 ore si parte, zaino in spalla e vermetto peloso in tasca. Petit Poilu oggi ha fatto il bagno ed è pulito, profumato e pieno di aspettative.
Abbiamo un contratto a tempo indeterminato con il mondo. A tempo indeterminato perché non sappiamo quando torneremo. Abbiamo solo qualche indizio, pochi obblighi da rispettare. La partenza, dalla Malesia, e poi un nuovo volo, fra 3 mesi esatti, da Bali a Darwin, nel Nord tropicale dell'Australia.
In questi tre mesi spazio all'improvvisazione: un po' di tempo in Malesia, un po' in Indonesia, il proposito di non prendere l'aereo, tranne per raggiungere il Borneo.
E dopo Darwin niente è programmato. Abbiamo un visto per una vacanza lavorativa (questo per chi mi ha chiesto come faremo a mantenerci) e anche qui vorremmo spostarci solo via terra, possibilmente in treno. Quando torniamo, non lo sapremo ancora per molto tempo.