De Borobudur, nous avons rebroussé chemin vers Yogya, puis emprunté les transports locaux jusqu’au village de Kaliurang. Tel un village dans les nuages, tapi au pied du volcan Merapi, le brouillard était si dense qu’on ne pouvait apercevoir la bête. Même du haut de la tour de contrôle de la ville, la vue était imprenable – au sens littéral.
Nous avons fait notre nid dans la douillette auberge Vogel tenue par l’adorable Christian Awui, qui devait être notre guide pour l’expédition du lendemain. Passionné depuis toujours par ‘’son’’ volcan comme il l’appelle, il conduit les touristes sur les traces de Merapi. Mais au vu des prévisions météo peu alléchantes, nous avons hésité un long moment avant de nous engager : le groupe de la veille n’ayant pas même aperçu le volcan, il y avait peu de chance que nous y arrivions. Qu’à ne cela ne tienne, nous avons quand même réservé notre place et en attendant le moment du départ (devinez quoi ? en pleine nuit), nous avons fait bon usage de la salle de bain royale (c.à.d. avec douche chaude) de la chambre voisine, de la Wifi gratuite et du petit restaurant de l’hôtel où Marco a passé de nombreuses heures à discuter avec un autre baroudeur italien.
Kaliurang est un petit village tranquille qui vit sous les feux de son volcan. C’est aussi un lieu de villégiature pour les familles de Yogya qui viennent s’y rafraîchir lorsqu’il fait trop chaud dans la plaine. À part quelques résidences et warungs accueillantes, on y trouve surtout le centre de surveillance sismique, qui contrôle jour et nuit l’activité du volcan, ainsi que le musée dédié au volcanisme, pimpant et tout neuf, mais qui malheureusement était fermé le jour où nous voulions le visiter.
4h du matin, nous étions d’attaque devant un petit-déjeuner copieux préparé par notre hôte. Une demi-heure plus tard, nous commencions l’ascension. Le ciel encore étoilé ne laissait rien présager de bon, et quand le soleil se leva finalement derrière de gros nuages noirs, on aurait pu croire à une éclipse de lune totale. Une vision apocalyptique. La lumière grise reflétait un paysage morne. Les arbres, pour la plupart, étaient couchés et calcinés. La nature, quoiqu’inexistante dans cet amas géant de cendres, de pierres et de troncs brûlés, tentait de reprendre ses droits et l’on pouvait voir quelques pousses vertes percer de ci de là. Toute la vallée alentour avait été redessinée sous le poids des coulées de lave et des traînées pétrifiées gisaient là où, auparavant, faune et flore s’en donnaient à cœur joie.
Christian, en guide fascinant, nous raconte Merapi à travers diverses anecdotes et données scientifiques. Il est incollable sur le sujet. Fort de rencontres avec de grands volcanologues, tel Aroun Tazief, il nous explique les bases du volcanisme en faisait des schémas dans le sable. Alors qu’on est tous à l’écouter sagement, le volcan fait une percée et le ciel se teinte de bleu en un instant. On est tous gaga. Cette nouvelle luminosité change notre regard, et l’on comprend un peu mieux pourquoi tant de villageois ont refusé de quitter leur domicile alors que l’alerte était donnée en ce 25 octobre 2010. Ils ont cru que le volcan ne se manifesterait pas ou qu’alors eux seraient invincibles. En Indonésie, les volcans sont vénérés tels des dieux et de nombreuses offrandes leur sont faites afin d’apaiser leur colère.
Après quelques minutes de ‘’lavathérapie’’ (les pieds nus au contact de la roche volcanique encore chaude), nous sommes redescendus sur terre où nous attendaient pas UN, mais DEUX petits déjeuners copieux. Sûrement histoire de nous remettre de nos émotions…
Gunung api, in
indonesiano, significa “montagna di fuoco”, vulcano. E da Gunung Merapi, a pochi
chilometri da Yogyakarta, il fuoco cola con regolarità, rendendolo uno dei
vulcani più pericolosi al mondo. Questo non significa che abbia resistito all’urbanizzazione:
nell’ottobre del 2010 un’eruzione più violenta delle altre ha incenerito in un
colpo solo le foreste che erano riuscite a crescere sull’altopiano attorno a
Merapi, colpendo anche alcuni villaggi e cancellando ogni traccia delle trecento
persone che si erano rifiutate di evacuare.
Quando arriviamo
a Kaliurang, il paese più sicuro sull’altopiano, quello dove risiedono i
sismologi del centro vulcanologico, il cono del vulcano è nascosto dietro una
coperta di nuvole infeltrite e senza colore.
Oltre ai
sismologi, a Kaliurang si raduna anche chi fra gli abitanti di Jogjakarta può permettersi
una casa per le vacanze al fresco dell’alta quota. Ma questo non è periodo
turistico e le ville di cemento nudo sono vuote e tetre fra le nuvole.
Kaliurang galleggia in una schiuma grigia che cancella ogni segno di geografia.
Il calore è tutto
nell’ostello Vogels, e non certo nelle stanze in stile convento, ma nel proprietario
Christian Awuy, che con la sua passione per il vulcano si è guadagnato il
titolo di vulcanologo honoris causa. Christian è un malay cristiano (l’unico
che abbiamo incontrato), modesto e delicato, di animo gentile e carattere
timido. Quando ci vede soli nelle stanze più fredde dell’edificio, ci concede
di usare gratis le docce degli appartamenti più costosi. È la prima doccia
calda in più di un mese e col freddo che c’è fuori fa ancora più piacere.
Da Vogels partono
tutte le escursioni verso il vulcano, perché Christian è l’unica guida. Come
sempre in Indonesia partiamo alle 4 di mattina, anche se stavolta non sembra
esserci il problema di evitare i raggi del sole. Anzi, saremmo più che felici
di vedere il sole al di là delle nuvole, almeno per intravvedere il cono del
vulcano.Ma è comunque suggestivo anche solo camminare fra la cenere e gli
alberi inceneriti e abbattuti dall’ultima eruzione, spingersi fino al crinale
con i resti sciolti e contorti del traliccio metallico che sosteneva la torre
di rilevamento sismico.
Christian ci indica
le gole scavate dalla lava, che credevamo fossero i letti di fiumi estinti. Ci mostra
i villaggi che sono rinati nel mezzo della polvere grigia. Ci racconta di come
gli animali hanno perso i loro rifugi e si sono spostati in massa verso valle e
della pantera che girava allo scoperto, alla ricerca disperata di cibo. In
molti punti cresce già l’erba e anche qualche arbusto ha messo radici nel suolo
fertilizzato dalla cenere vulcanica. Ma per ora gli unici alberi sono gli scheletri
grigi della foresta incenerita.
In fondo al letto
di un fiume di lava, Christian ci insegna a farci massaggiare i piedi dalla
roccia vulcanica calda e porosa. E intanto le nuvole si aprono quasi
all’improvviso e quando togliamo i piedi dalla sabbia ci appare il vulcano,
anche lui grigio dopo essersi levato di dosso la foresta che lo rivestica.
Dalla cima del cono esce del fumo, ma al servizio sismico dichiarano che le
possibilità di eruzione per ora sono bassissime. Nonostante ciò, è proibito avvicinarsi
oltre l’area dove siamo noi, a qualche chilometro dalla base.
Così torniamo
indietro verso il villaggio, ormai affamati dopo la lunga camminata. E
Christian ha previsto tutto e ci offre non una, ma due colazioni: la prima in
una mangeria del villaggio, con banane fritte e palle di riso accompagnati da
peperoncini decisamente maligni, e subito dopo un’altra all’ostello, con quello
che un occidentale si aspetta di trovare in una colazione nel Sud-Est asiatico
e che gli viene di conseguenza servito in qualsiasi struttura a lui destinata: frittelle
alla banana. Non ho mai visto un asiatico mangiare una frittella alla banana,
ma per la guida del pianeta solitario, viaggiare a Sud della Cina significa
percorrere il “Banana Pancake Trail”. Comunque mi adeguo con piacere.
Ci fermiamo
ancora un po’ a parlare con Christian, che alla fine si offre di darci un
passaggio fino alla fermata del bus di linea. E al momento di pagare ci offre
perfino uno sconto. Mentre ci allontaniamo dopo averlo ringraziato per la sua
gentilezza, vediamo che i suoi occhi si arrossiscono di commozione.