When? August 22-23
Pictures: LOMBOK - Senggigi
On the map: Point 24
Après de telles escapades, nous avions grandement besoin de détente. Et ça tombait à pic ! Juste le temps de rassembler nos affaires et d’emprunter un énième bémo en direction de Padangbai, et nous embarquions à bord du ferry pour Lombok. 4h de traversée dans un ferry plutôt confortable où les Indonésiens tendent à s’amasser sur des matelas qui recouvrent le sol. Rigolo. Une fois arrivés au port de Lembar, une navette nous attendait pour nous emmener à Senggigi, une petite station balnéaire située à 2h de route de là. Autant Bali nous a charmés par sa richesse culturelle et ses cultures en terrasse, mais ses plages n’ont pas réussi à nous émoustiller plus que ça. Heureusement, Lombok allait largement combler ce manque !
Notre venue principale sur Lombok (l’une des nombreuses autres îles indonésiennes, faisant partie du groupe Nusa Tenggara) était motivée par l’ascension d’un autre géant, mais avant de pouvoir même considérer un autre effort surhumain, il nous fallait évacuer la tension accumulée dans les jambes… C’est avec bonheur que nous avons alors découvert une eau limpide, des reflets turquoise, du sable fin et pas une algue en vue pour nous chatouiller les pieds. En un mot, le paradis du parfait petit baigneur ! Une journée intégrale de plage à ne rien faire d’autre que bouquiner, barboter, papoter, roupiller, grignoter, rêvasser, puis admirer un chouette coucher de soleil. Étrangement, j’en garde encore beaucoup de nostalgie… ;-)
Bien que de plus en plus de touristes font un combo Bali-Lombok lors de leur séjour indonésien, Lombok reste une île peu visitée et les infrastructures sont encore peu développées. D’ailleurs on sent rapidement que la population locale vit de façon beaucoup plus modeste qu’à Bali, souvent dans des huttes en bois dans des villages le long des routes. Si bien que notre activité le soir était plutôt limitée. Un bon repas dans le warung du coin suivi d’une promenade digestive le long de la route principale (la seule ?) à se demander dans quel bar nous allions aller. Plus kitschs les uns que les autres et remplis de cinquantenaires reprenant en chœur des airs de Clapton ou Santana (il semblerait que ces deux-là ont un énorme succès en Indonésie !), nous terminions invariablement au café en bas de l’hôtel à manger une dernière sucrerie tout en surfant sur la Wifi. Toutefois, une attraction un peu spéciale allait nous rappeler bien assez tôt que nous étions de retour en terre musulmane… Une paire de joyeux muezzins, hautement performants, poussant la chansonnette dès 4h du matin et jusqu’à 1h le soir, nous laissant ainsi très peu de répit ! Autre détail de taille : notre guest-house était justement coincée entre les deux mosquées… Allahu Akhbar !
Dans le package de notre trek à venir était inclus (entre autre) une journée gratuite de scooter. La pratique veut qu’une fois le prix négocié au maximum, il faut encore essayer d’inclure d’autres petites choses, et dans notre cas nous avions demandé un scooter pour faire un tour sur la côte avant de partir. Sublime : amples courbes et bleu intense créant le contraste avec le décor ocre et sec des montagnes en arrière-plan. Nous avions prévu d’aller voir une cascade dans la campagne alentour, mais une malheureuse crevaison réduisait soudain tout espoir d’aller plus loin. C’était sans compter l’aide d’un p’tit mécano bien sympa qui répara notre roue en un temps record pour 6000 roupies (=50 cents) !!! Quel ne fût alors pas notre frustration lorsqu’un type posté à l’entrée de la fameuse cascade s’attendait à ce que nous lui filions 100 000 roupies pour nous avoir montrés le chemin ! Son ''livre d’or'' ouvert à la page où d’autres touristes avaient accepté de signer et de donner ladite somme, il refusait net le petit billet que nous lui présentions. L’incohérence et les cons existent partout, n’est-t-il pas ?
Bastano poche ore di traghetto per tornare nel mondo del Ramadan. Lombok è vicina a Bali, sotto molti aspetti sua gemella, un’isola tenuta a galla dai vulcani. Ma culturalmente, Lombok è lo stesso del resto dell’Indonesia, meno abituata al turismo e decisamente islamica.
Ce lo ricordano a domicilio i muezzin delle due moschee di Senggigi (per me San Gigi), collocate strategicamente a pochi metri di distanza, pochi metri al centro dei quali si trova il nostro albergo. La voce dei pii uomini, che rimedia alla carenza di grazia con volume e devozione, si alterna al salmodiare sbilenco di numerosi artisti ospiti fra cui anche donne e bambini, e si sovrappone con effetto cacofonico dal tramonto all’una di notte, per poi ricominciare dalle 4 fino a mattina inoltrata. Dalla nostra stanza, con le sue pareti di cartongesso misto probabilmente a sputo, sembra sia in atto una guerra fra moschee, dove l’importante è oscurare la voce del rivale. Dopo un paio di giorni scopriamo che anche gli abitanti del luogo sono stufi di tanta santità e fanno battute sui muezzin stridenti.
A Senggigi rimaniamo giusto il tempo per fare un giro nelle vicinanze e contrattare pazientemente sul prezzo dell’escursione sul vulcano Rinjani. Ma scopriamo presto che nonostante tutti passino di qui per andare sulle isole Gili, la spiaggia locale è pacifica e pulita, con chiare acque azzurre poco profonde. Gli unici a saperlo già sembrano essere gli stessi anziani europei che si vedono la sera nei locali in compagnia di giovani ragazze indonesiane, mentre il gruppo sul palco suona invariabilmente qualcosa di Eric Clapton, che in Indonesia sembra essere il più grande degli idoli.
Il prezzo dell’escursione riusciamo ad abbassarlo giusto di un 250.000 rupie, ma in compenso ci guadagnamo un paio di notti di albergo gratis, il battello per una a scelta delle tre Gili e un giorno di motorino a noleggio. Col motorino scopriamo altre spiagge splendide, alcune nere di sabbia tossita dal vulcano e paesi umili di case di fango impastato e lamiera. La gente non sembra abituata ancora ai turisti, che sembrano però sul punto di sbarcare in massa da un momento all’altro.
Foriamo la gomma della ruota posteriore e i ragazzini che lavorano in una capanna con una catasta di copertoni e macchinari da museo degli usi e costumi fanno due risate per le tre parole di indonesiano che parliamo, poi mentre rattoppano lo pneumatico ci insegnano altre tre parole e alla fine ci chiedono 6000 rupie: 50 centesimi di euro. Pochi chilometri più avanti invece l’autoproclamato custode di una cascata quasi secca rifiuta sdegnoso le 10.000 rupie che gli offriamo per averci accompagnato per duecento metri verso la cascata, aprendo il registro degli ospiti per rivelare tre banconote da centomila che usa come segnalibro. Giusto per darci un’idea della mancia che riceve di solito. I turisti non sono ancora arrivati, ma qualcuno sa già come riceverli, anche se stavolta ne esce a mani vuote.
A noi invece di vuoto rimane lo stomaco. Dopo Giacarta, non avremmo mai immaginato che nelle altre isole gli indonesiani, islamisti con licenza, osservassero davvero il Ramadan. Torniamo indietro salendo e scendendo da una montagna piena di scimmie pronte ad assalirci da dietro ogni tornante. E dopo il tramonto, che seguiamo dalla cornice del tempio buddista di Senggigi, corriamo al warung davanti all’albergo per una cena che copre anche pranzo e merenda. Domani, svegliati alle 4 da Allah in persona, si parte per la grande scalata.
Super balèze, super balinaise !
When? August 17-21
Pictures: BALi - East
On the map: Point 23
Spostarsi verso l’interno di Bali significa salire in quota, con le risaie a gradoni che trasformano il paesaggio in un rilievo altimetrico. Per raggiungere Tirta Gangga dobbiamo prendere un taxi, perché sembra che nessun bemo vada in quella direzione. Se chiedi ai balinesi, loro ci vanno in motorino, anche se non è chiaro come faccia chi il motorino non ce l’ha. Imbottigliati nel traffico dietro a diversi cortei funebri, il tassista ci racconta della sua famiglia. Paga la retta della scuola dei figli di giorno in giorno, perché altrimenti non ce la farebbe. Nei periodi di magra non paga per qualche giorno, ma quando ci sono i turisti tutto va bene.
Tirta Gangga ha la tranquillità che cercavo. È un paese minuscolo, sulle pendici basse del vulcano Agung, che non abbiamo ancora visto, perché attrae attorno a sé tutte le nuvole dell’isola. Il villaggio prende il nome da un antico palazzo con un giardino d’acqua arioso e suggestivo, che si gonfia di turisti intorno alle 10 e di nuovo verso le 4, quando passano le visite guidate. Quando il palazzo è chiuso siamo solo noi e una cinquantina di abitanti. Dormiamo soli o quasi in una specie di villaggio turistico deserto, piuttosto spartano, ma con vista direttamente sul giardino del palazzo.
Il primo giorno, verso sera, scendiamo a piedi lungo le risaie e i banani. Appena ci giriamo per tornare indietro rimaniamo sorpresi a vedere per la prima volta la cima tagliata del vulcano, a più di 3000 metri, cosí grande che sembra sporgersi su di noi. Ci fa venir voglia di scalarlo.
Lo facciamo il giorno dopo, con partenza a mezzanotte in punto, per evitare il calore del giorno e perché solo all’alba e al tramonto la cima è libera dalle nubi. Il proprietario di un ristorante del villaggio ha organizzato per noi trasporto e guida. Ci infila in un bemo che per due ore ci shakera su strade sconnesse. Sulla via le uniche luci sono quelle del mercato a Selat: è l’una e mezza ed è la conferma che qui non si dorme mai.
Alle 2 arriviamo alla partenza dell’escursione, intontiti dal sonno e dai sobbalzi. Ci viene incontro una ragazza avvolta in una giacca da sci: si chiama Nyoman, come tutti i primigeniti balinesi, maschi e femmine, ed è la nostra guida. Passiamo attraverso il tempio da cui cominciano le scalate, per chiedere una spinta agli dei. La luna non c’è, nella foresta è buio pesto. Aurélie non si sente bene, probabilmente una congestione. L’impresa è già a rischio poco dopo la partenza: scoraggiati, ci fermiamo per una pausa, anche se preferiremmo quasi camminare per tenerci caldi. Mangiamo mandarini e Kopiko, caramelle al caffè. Nyoman accende un bastoncino di incenso per Ganesh e da allora la proboscide del dio elefante ci spinge in alto.
Usciamo al limite del bosco e al buio sembra di scalare un cratere lunare. Camminiamo su rocce che franano: per ogni due passi in salita, scivoliamo di uno in discesa, ma la cresta è là e come spesso succede in montagna, ci dà coraggio sembrando più vicina di quello che è. Incontriamo altri turisti, uno è un ragazzo tedesco che si trascina dietro lo zaino con tutti i suoi averi. Affronta il suo Calvario come un Gesù tedesco, in tenuta da trekking. Alle 5 siamo sulla cima, seduti fra una decina di altri turisti. Le guide hanno acceso un fuoco che ci scalda e getta luce sul burrone profondo del cratere, giusto ai nostri piedi.
Il sole sale lentissimo, mettendo gradualmente in evidenza un brufolo nero che interrompe la linea perfetta dell’orizzonte. È Rinjani, il vulcano che tiene l’isola di Lombok sollevata dal mare, alto quasi 4000 metri.
Quando spunta il sole vediamo quello che in salita avevamo solo toccato. La roccia piena di crepacci, il bosco, il tempio, molto più lontano di quanto credessi. L’isola è uno zerbino verde, metà al sole e metà all’ombra di Agung, due zone separate di netto da una linea che parte dai nostri piedi.
Con addosso il peso del sonno, la discesa è più faticosa della salita, fra antiche colate di lava solidificata come cera grumosa e alberi bassi di tamarindo. Poi ci addormentiamo sulle assi che fanno da sedili posteriori sul bemo e di nuovo, definitivamente, appena ritroviamo la nostra stanza. Quando ci svegliamo è ora di cena.
Il giorno dopo siamo pigri e ci avviamo solo verso mezzogiorno. Affittiamo un motorino in paese, giusto per vedere il palazzo di Taman Ujung, con un giardino spazioso pieno di piante e giochi d’acqua e una vista sul mare a poche centinaia di metri.
All’uscita decidiamo di raggiungere il mare e poi tornare indietro. Ma il mare non sembra accessibile dalla strada e una forza inconscia ci spinge avanti, anche se abbiamo lasciato la mappa all’albergo e abbiamo un’idea molto vaga della via da seguire. La qualità del manto stradale deteriora progressivamente, mentre passiamo attraverso villaggi di due o tre case sparse. Decidiamo di tornare a Tirta Gangga lungo un circuito che passa per Amed, per non dover tornare indietro sulla stessa strada.
Per arrivare al mare ci concediamo una deviazione che ci fa scendere bruscamente di quota su strade di sassi. In fondo troviamo un’atmosfera strana. C’è un villaggio disordinato, con decine di ragazzi che ci circondano e ci chiedono con insistenza di dargli i nostri orologi. Per la prima volta in tutto il viaggio non mi sento a mio agio finché non ripartiamo.
Siamo ormai quasi a secco quando troviamo una baracca dove possiamo comprare una bottiglia con un litro di miscela. Ci spiegano che Amed è a 20 km e Tirta Gangga a 40. È quasi notte. Ormai sappiamo che sarebbe più breve tornare indietro, ma abbiamo già percorso tutta questa strada... Così tiriamo dritto sulla serpentina di strada senza luci che segue la costa.
Amed è isolata da tutto il resto, le prime luci nella notte dopo un lungo tratto di oscurità. Ci vuole un po’ prima che qualcuno riesca a spiegarci chiaramente come proseguire per Tirta Gangga. Quando otteniamo le nostre informazioni, compriamo un altro prezioso litro di miscela e percorriamo la via scura e fredda con le mani e i piedi nudi intorpiditi, senza dirci una parola. Raggiungiamo Tirta Gangga propio quando cominciamo a dubitare di essere sulla strada giusta. Le luci delle case sono ormai spente e quasi manchiamo il villaggio.
Ora è davvero il momento di abbassare il ritmo. Per il prossimo paio di giorni solo camminate fra le risaie, buoni libri sulla veranda e giro dei warung del paese, dove ormai ci conoscono tutti.
C’est à Ubud, et avec un petit nœud à l’estomac, que nous avons dit au revoir à mes parents, leur souhaitant bon vent pour la suite de leur voyage. Ils mettaient le cap vers l’est, et nous aussi sans encore trop savoir où aller. Je ne voulais pas quitter Bali trop tôt, avant d’en avoir fait un petit tour, mais je ne voulais pas non plus y rester trop longtemps au vu de toutes les autres îles indonésiennes qui nous attendaient ! Le paradoxe Lilou. Après maintes réflexions et revirements logistiques (via Padangbai), nous décidions d’aller à Tirta Gangga, un lieu-dit dans les hauteurs de Bali, planqué à l’ombre du géant Agung. Une cachette dans les rizières, loin de la foule. Hormis le magnifique jardin d’eau qu’il renferme et qui attire les bus de touristes durant la journée, Tirta Gangga consiste en une rue unique où sont plantés deux, trois guest-houses et warungs, et quelques huttes et maisons dans les environs. Le soir venu, le jardin se désemplit, faisant place aux Balinais qui viennent y prendre leur bain ; les touristes repartent d’où ils sont venus ; les vendeurs de souvenirs et de fausses monnaies remballent leur barda ; et tout redevient calme. Nous laissant seuls, contemplatifs, devant notre assiette de nasi ou mie goreng (riz et nouilles sautés), à écouter les hommes du village jouer de la guitare.
C’est à la tombée du jour, lors d’une promenade dans les champs alentour, qu’il s’impose à nous pour la première fois, ce colosse de 3142m : Gunung Agung, le volcan sacré de Bali. Immédiatement envoûtée, je n’ai plus qu’une idée en tête : escalader son museau coûte que coûte ! Serait-ce ma revanche envers Mont Kinabalu ? Je ne sais pas et je ne me pose pas la question, déjà trop occupée à convaincre Marco de rester quelques jours de plus et à trouver un guide pas trop cher.
Une fois le deal arrangé, nous partons pour Amlapura, la ville la plus proche, pour retirer des sous. Pas de distrib dans notre planque dans les rizières. Nous en profitons alors pour faire un tour au marché et visiter quelques palais de la période Karangasem, royaume balinais soutenu par les Hollandais aux 19e et 20e siècles. Je goûte mon premier nasi lontong (riz cuit dans une feuille de bananier) dont je raffole littéralement. Ce déplacement implique encore de prendre plusieurs bémos et nous devenons experts en négociations ! Une fois rentrés au bercail, nous nous reposons un peu en prévision de la nuit qui nous attend…
… Et pour cause, notre trek sur Agung débute en pleine nuit ! (Ce qui nous semble encore exotique deviendra bientôt la norme en Indonésie : faire l’ascension des volcans de nuit afin de voir les superbes levers de soleil du sommet.) Après être montés à bord du bémo venu nous chercher, emmitouflés dans nos blousons, nous tentons de trouver une position adéquate pour dormir, mais c’est peine perdue. La route est une succession de courbes et ma tête bringuebale dans tous les sens, heurtant la vitre de manière continue. Quant au bémo – pour les non-initiés, il s’agit d’un drôle d’engin où il ne fait pas bon rester trop longtemps. L’intérieur est si bas et étroit que Marco se cogne la tête au plafond et nos fesses tiennent à peine sur les bancs. De plus, la porte ne ferme pas, ce qui crée de gros courants d’air à cette heure tardive (et fraîche) de la nuit. Autant dire qu’à ce moment-là notre enthousiasme est plus que modéré.
À mi-chemin, nous passons par Selat où ce qui ressemble à un marché de nuit bat son plein. Nous baragouinons alors quelques mots de Bahasa Indonesia à notre chauffeur lui demandant ce qui se passe et cette tentative a plutôt l’air de lui faire plaisir car il passe le reste du trajet à nous enchaîner dans sa langue. Euh comment lui dire qu’il n’est que 2h du mat là ?! Lorsque nous arrivons enfin au pied du volcan, le trek n’a pas commencé que nous sommes déjà morts. Heureusement, le grand sourire expressif de Nyoman, notre petite guide balinaise, est contagieux, et une fois nos lacets et frontales ajustés, nous nous élançons dans l’obscurité…
Les premiers pas sont difficiles, les mollets tirent, puis très vite mon corps ne suit plus du tout. J’ai chaud puis froid, me sens faible et nauséeuse. Je crois que je n’avais pas réalisé l’effort que cela impliquait sans avoir une bonne nuit de sommeil juste derrière moi. Je finis par vomir sur les pentes du volcan, mais pas question de faire marche arrière, je la veux mon ascension ! Nyoman me donne des bananes et des clémentines pour que je reprenne des forces, puis elle allume un encens en marque de respect au volcan (ou est-ce peut-être pour excuser ce que je viens de faire ?). Finalement, le seul moyen d’arriver au sommet est de ne plus penser à rien et de juste regarder devant moi. Trois heures plus tard, nous y arrivions enfin pour assister à quelque chose de magique. Une ligne d’horizon bleue… violette… rouge… orange, de laquelle émerge un gros rond jaune tout chaud. Nous avions si froid que nous l’accueillons avec béatitude. J’ai alors l’impression d’avoir le Monde à mes pieds et d’avoir réalisé quelque chose de grand (pour mes p’tites gambettes !). Le sentiment (exquis) que l’être humain peut se surpasser quand il le veut vraiment. Nous dévorons quelques gâteaux ou nouilles chinoises assortis d’une boisson chaude ; les guides s’agenouillent à tour de rôle devant une petite statuette de Sai Baba (aussi surprenant que cela puisse paraître, il y a des offrandes jusque là-haut !), et c’est déjà l’heure de redescendre…
Lorsque nous retrouvons enfin notre chambre d’hôtel, nous y restons jusqu’au lendemain matin. Nous sommes KO. Mais le surlendemain, ayant repris du poil de la bête, je veux voir tout ce que nous n’avons encore pas vu ! Nous partons nous balader dans les rizières alentour, encore plus belles que celles vues précédemment à Ubud. Géométrie variable et dégradés de vert, paille et bleu ciel. Puis, nous louons un scooter pour faire une boucle le long de la côte et passons devant de nouvelles petites merveilles, comme le palais d’eau d’Ujung et d’autres villages perchés dans les collines. Toutefois, ce qui aurait pu être agréable devient vite un enfer car nous avons omis de prendre une carte et la topographie des routes s’annonce être bien différente de ce que nous avions imaginé. Les distances aussi ! Le bitume (quand il y en a) est défoncé par endroit, la route caillouteuse ou en terre battue, et le scooter peine à rester droit, ce qui a l’air de beaucoup amuser les gamins du coin. La nuit tombe vite, nous n’avons plus le temps de traîner. Nous virevoltons alors à grande vitesse dans le vent glacial, sous un plafond d’étoiles scintillantes, et malgré tout je ne peux m’empêcher de sourire.
Pictures: BALi - East
On the map: Point 23
Spostarsi verso l’interno di Bali significa salire in quota, con le risaie a gradoni che trasformano il paesaggio in un rilievo altimetrico. Per raggiungere Tirta Gangga dobbiamo prendere un taxi, perché sembra che nessun bemo vada in quella direzione. Se chiedi ai balinesi, loro ci vanno in motorino, anche se non è chiaro come faccia chi il motorino non ce l’ha. Imbottigliati nel traffico dietro a diversi cortei funebri, il tassista ci racconta della sua famiglia. Paga la retta della scuola dei figli di giorno in giorno, perché altrimenti non ce la farebbe. Nei periodi di magra non paga per qualche giorno, ma quando ci sono i turisti tutto va bene.
Tirta Gangga ha la tranquillità che cercavo. È un paese minuscolo, sulle pendici basse del vulcano Agung, che non abbiamo ancora visto, perché attrae attorno a sé tutte le nuvole dell’isola. Il villaggio prende il nome da un antico palazzo con un giardino d’acqua arioso e suggestivo, che si gonfia di turisti intorno alle 10 e di nuovo verso le 4, quando passano le visite guidate. Quando il palazzo è chiuso siamo solo noi e una cinquantina di abitanti. Dormiamo soli o quasi in una specie di villaggio turistico deserto, piuttosto spartano, ma con vista direttamente sul giardino del palazzo.
Il primo giorno, verso sera, scendiamo a piedi lungo le risaie e i banani. Appena ci giriamo per tornare indietro rimaniamo sorpresi a vedere per la prima volta la cima tagliata del vulcano, a più di 3000 metri, cosí grande che sembra sporgersi su di noi. Ci fa venir voglia di scalarlo.
Lo facciamo il giorno dopo, con partenza a mezzanotte in punto, per evitare il calore del giorno e perché solo all’alba e al tramonto la cima è libera dalle nubi. Il proprietario di un ristorante del villaggio ha organizzato per noi trasporto e guida. Ci infila in un bemo che per due ore ci shakera su strade sconnesse. Sulla via le uniche luci sono quelle del mercato a Selat: è l’una e mezza ed è la conferma che qui non si dorme mai.
Alle 2 arriviamo alla partenza dell’escursione, intontiti dal sonno e dai sobbalzi. Ci viene incontro una ragazza avvolta in una giacca da sci: si chiama Nyoman, come tutti i primigeniti balinesi, maschi e femmine, ed è la nostra guida. Passiamo attraverso il tempio da cui cominciano le scalate, per chiedere una spinta agli dei. La luna non c’è, nella foresta è buio pesto. Aurélie non si sente bene, probabilmente una congestione. L’impresa è già a rischio poco dopo la partenza: scoraggiati, ci fermiamo per una pausa, anche se preferiremmo quasi camminare per tenerci caldi. Mangiamo mandarini e Kopiko, caramelle al caffè. Nyoman accende un bastoncino di incenso per Ganesh e da allora la proboscide del dio elefante ci spinge in alto.
Usciamo al limite del bosco e al buio sembra di scalare un cratere lunare. Camminiamo su rocce che franano: per ogni due passi in salita, scivoliamo di uno in discesa, ma la cresta è là e come spesso succede in montagna, ci dà coraggio sembrando più vicina di quello che è. Incontriamo altri turisti, uno è un ragazzo tedesco che si trascina dietro lo zaino con tutti i suoi averi. Affronta il suo Calvario come un Gesù tedesco, in tenuta da trekking. Alle 5 siamo sulla cima, seduti fra una decina di altri turisti. Le guide hanno acceso un fuoco che ci scalda e getta luce sul burrone profondo del cratere, giusto ai nostri piedi.
Il sole sale lentissimo, mettendo gradualmente in evidenza un brufolo nero che interrompe la linea perfetta dell’orizzonte. È Rinjani, il vulcano che tiene l’isola di Lombok sollevata dal mare, alto quasi 4000 metri.
Quando spunta il sole vediamo quello che in salita avevamo solo toccato. La roccia piena di crepacci, il bosco, il tempio, molto più lontano di quanto credessi. L’isola è uno zerbino verde, metà al sole e metà all’ombra di Agung, due zone separate di netto da una linea che parte dai nostri piedi.
Con addosso il peso del sonno, la discesa è più faticosa della salita, fra antiche colate di lava solidificata come cera grumosa e alberi bassi di tamarindo. Poi ci addormentiamo sulle assi che fanno da sedili posteriori sul bemo e di nuovo, definitivamente, appena ritroviamo la nostra stanza. Quando ci svegliamo è ora di cena.
Il giorno dopo siamo pigri e ci avviamo solo verso mezzogiorno. Affittiamo un motorino in paese, giusto per vedere il palazzo di Taman Ujung, con un giardino spazioso pieno di piante e giochi d’acqua e una vista sul mare a poche centinaia di metri.
All’uscita decidiamo di raggiungere il mare e poi tornare indietro. Ma il mare non sembra accessibile dalla strada e una forza inconscia ci spinge avanti, anche se abbiamo lasciato la mappa all’albergo e abbiamo un’idea molto vaga della via da seguire. La qualità del manto stradale deteriora progressivamente, mentre passiamo attraverso villaggi di due o tre case sparse. Decidiamo di tornare a Tirta Gangga lungo un circuito che passa per Amed, per non dover tornare indietro sulla stessa strada.
Per arrivare al mare ci concediamo una deviazione che ci fa scendere bruscamente di quota su strade di sassi. In fondo troviamo un’atmosfera strana. C’è un villaggio disordinato, con decine di ragazzi che ci circondano e ci chiedono con insistenza di dargli i nostri orologi. Per la prima volta in tutto il viaggio non mi sento a mio agio finché non ripartiamo.
Siamo ormai quasi a secco quando troviamo una baracca dove possiamo comprare una bottiglia con un litro di miscela. Ci spiegano che Amed è a 20 km e Tirta Gangga a 40. È quasi notte. Ormai sappiamo che sarebbe più breve tornare indietro, ma abbiamo già percorso tutta questa strada... Così tiriamo dritto sulla serpentina di strada senza luci che segue la costa.
Amed è isolata da tutto il resto, le prime luci nella notte dopo un lungo tratto di oscurità. Ci vuole un po’ prima che qualcuno riesca a spiegarci chiaramente come proseguire per Tirta Gangga. Quando otteniamo le nostre informazioni, compriamo un altro prezioso litro di miscela e percorriamo la via scura e fredda con le mani e i piedi nudi intorpiditi, senza dirci una parola. Raggiungiamo Tirta Gangga propio quando cominciamo a dubitare di essere sulla strada giusta. Le luci delle case sono ormai spente e quasi manchiamo il villaggio.
Ora è davvero il momento di abbassare il ritmo. Per il prossimo paio di giorni solo camminate fra le risaie, buoni libri sulla veranda e giro dei warung del paese, dove ormai ci conoscono tutti.
C’est à Ubud, et avec un petit nœud à l’estomac, que nous avons dit au revoir à mes parents, leur souhaitant bon vent pour la suite de leur voyage. Ils mettaient le cap vers l’est, et nous aussi sans encore trop savoir où aller. Je ne voulais pas quitter Bali trop tôt, avant d’en avoir fait un petit tour, mais je ne voulais pas non plus y rester trop longtemps au vu de toutes les autres îles indonésiennes qui nous attendaient ! Le paradoxe Lilou. Après maintes réflexions et revirements logistiques (via Padangbai), nous décidions d’aller à Tirta Gangga, un lieu-dit dans les hauteurs de Bali, planqué à l’ombre du géant Agung. Une cachette dans les rizières, loin de la foule. Hormis le magnifique jardin d’eau qu’il renferme et qui attire les bus de touristes durant la journée, Tirta Gangga consiste en une rue unique où sont plantés deux, trois guest-houses et warungs, et quelques huttes et maisons dans les environs. Le soir venu, le jardin se désemplit, faisant place aux Balinais qui viennent y prendre leur bain ; les touristes repartent d’où ils sont venus ; les vendeurs de souvenirs et de fausses monnaies remballent leur barda ; et tout redevient calme. Nous laissant seuls, contemplatifs, devant notre assiette de nasi ou mie goreng (riz et nouilles sautés), à écouter les hommes du village jouer de la guitare.
C’est à la tombée du jour, lors d’une promenade dans les champs alentour, qu’il s’impose à nous pour la première fois, ce colosse de 3142m : Gunung Agung, le volcan sacré de Bali. Immédiatement envoûtée, je n’ai plus qu’une idée en tête : escalader son museau coûte que coûte ! Serait-ce ma revanche envers Mont Kinabalu ? Je ne sais pas et je ne me pose pas la question, déjà trop occupée à convaincre Marco de rester quelques jours de plus et à trouver un guide pas trop cher.
Une fois le deal arrangé, nous partons pour Amlapura, la ville la plus proche, pour retirer des sous. Pas de distrib dans notre planque dans les rizières. Nous en profitons alors pour faire un tour au marché et visiter quelques palais de la période Karangasem, royaume balinais soutenu par les Hollandais aux 19e et 20e siècles. Je goûte mon premier nasi lontong (riz cuit dans une feuille de bananier) dont je raffole littéralement. Ce déplacement implique encore de prendre plusieurs bémos et nous devenons experts en négociations ! Une fois rentrés au bercail, nous nous reposons un peu en prévision de la nuit qui nous attend…
… Et pour cause, notre trek sur Agung débute en pleine nuit ! (Ce qui nous semble encore exotique deviendra bientôt la norme en Indonésie : faire l’ascension des volcans de nuit afin de voir les superbes levers de soleil du sommet.) Après être montés à bord du bémo venu nous chercher, emmitouflés dans nos blousons, nous tentons de trouver une position adéquate pour dormir, mais c’est peine perdue. La route est une succession de courbes et ma tête bringuebale dans tous les sens, heurtant la vitre de manière continue. Quant au bémo – pour les non-initiés, il s’agit d’un drôle d’engin où il ne fait pas bon rester trop longtemps. L’intérieur est si bas et étroit que Marco se cogne la tête au plafond et nos fesses tiennent à peine sur les bancs. De plus, la porte ne ferme pas, ce qui crée de gros courants d’air à cette heure tardive (et fraîche) de la nuit. Autant dire qu’à ce moment-là notre enthousiasme est plus que modéré.
À mi-chemin, nous passons par Selat où ce qui ressemble à un marché de nuit bat son plein. Nous baragouinons alors quelques mots de Bahasa Indonesia à notre chauffeur lui demandant ce qui se passe et cette tentative a plutôt l’air de lui faire plaisir car il passe le reste du trajet à nous enchaîner dans sa langue. Euh comment lui dire qu’il n’est que 2h du mat là ?! Lorsque nous arrivons enfin au pied du volcan, le trek n’a pas commencé que nous sommes déjà morts. Heureusement, le grand sourire expressif de Nyoman, notre petite guide balinaise, est contagieux, et une fois nos lacets et frontales ajustés, nous nous élançons dans l’obscurité…
Les premiers pas sont difficiles, les mollets tirent, puis très vite mon corps ne suit plus du tout. J’ai chaud puis froid, me sens faible et nauséeuse. Je crois que je n’avais pas réalisé l’effort que cela impliquait sans avoir une bonne nuit de sommeil juste derrière moi. Je finis par vomir sur les pentes du volcan, mais pas question de faire marche arrière, je la veux mon ascension ! Nyoman me donne des bananes et des clémentines pour que je reprenne des forces, puis elle allume un encens en marque de respect au volcan (ou est-ce peut-être pour excuser ce que je viens de faire ?). Finalement, le seul moyen d’arriver au sommet est de ne plus penser à rien et de juste regarder devant moi. Trois heures plus tard, nous y arrivions enfin pour assister à quelque chose de magique. Une ligne d’horizon bleue… violette… rouge… orange, de laquelle émerge un gros rond jaune tout chaud. Nous avions si froid que nous l’accueillons avec béatitude. J’ai alors l’impression d’avoir le Monde à mes pieds et d’avoir réalisé quelque chose de grand (pour mes p’tites gambettes !). Le sentiment (exquis) que l’être humain peut se surpasser quand il le veut vraiment. Nous dévorons quelques gâteaux ou nouilles chinoises assortis d’une boisson chaude ; les guides s’agenouillent à tour de rôle devant une petite statuette de Sai Baba (aussi surprenant que cela puisse paraître, il y a des offrandes jusque là-haut !), et c’est déjà l’heure de redescendre…
Lorsque nous retrouvons enfin notre chambre d’hôtel, nous y restons jusqu’au lendemain matin. Nous sommes KO. Mais le surlendemain, ayant repris du poil de la bête, je veux voir tout ce que nous n’avons encore pas vu ! Nous partons nous balader dans les rizières alentour, encore plus belles que celles vues précédemment à Ubud. Géométrie variable et dégradés de vert, paille et bleu ciel. Puis, nous louons un scooter pour faire une boucle le long de la côte et passons devant de nouvelles petites merveilles, comme le palais d’eau d’Ujung et d’autres villages perchés dans les collines. Toutefois, ce qui aurait pu être agréable devient vite un enfer car nous avons omis de prendre une carte et la topographie des routes s’annonce être bien différente de ce que nous avions imaginé. Les distances aussi ! Le bitume (quand il y en a) est défoncé par endroit, la route caillouteuse ou en terre battue, et le scooter peine à rester droit, ce qui a l’air de beaucoup amuser les gamins du coin. La nuit tombe vite, nous n’avons plus le temps de traîner. Nous virevoltons alors à grande vitesse dans le vent glacial, sous un plafond d’étoiles scintillantes, et malgré tout je ne peux m’empêcher de sourire.
U-Buddha
When? August 12-16
Pictures: BALi - Ubud
On the map: Point 22
Nous y voilà au cœur du Bali vert, des rizières et des plantations, où les temples se mêlent tant et si bien à la végétation que même les macaques y élisent domicile. Un Bali tropical et dense qui nous donne l’impression d’être un peu Indiana Jones. Un Bali soyeux et coloré où les sarongs des Balinais s’accordent aux fleurs qu’ils déposent au pied de leurs autels préférés. Un Bali un peu trop fréquenté aussi ! On est en plein mois d’août et il semblerait que la France entière a décidé d’y passer ses vacances. Même Stéphane Guillon y est (…soit dit en passant).
Et pourtant, malgré cette description alléchante, ça avait plutôt mal commencé… Avant de quitter Sanur, les dieux nous avaient exaucés et nous avions pu prendre un bon bain de mer, la marée étant relativement haute le matin. Puis, en se baladant dans les rues à l’arrière de la ville, nous avions finalement trouvé quelques warungs (petits restos locaux) pas chers du tout. Bali commençait à nous plaire. Mais c’était encore ignorer la galère qui nous attendait au niveau des transports ! Pour la simple et bonne raison qu’il n’y a pas de réels transports publics sur l’île. La plupart des touristes louent voiture ou scooter à la semaine, ou prennent les taxis ou navettes leur étant destinés ; les locaux quant à eux grimpent sur leur mobylette ou s’entassent dans les bémos qui naviguent de ville en ville sur un tracé déterminé et dont le prix est plus ou moins fixe (2000 roupies). Mais lorsqu’un touriste souhaite lui aussi sauter dans le bémo, soudain la citrouille a tendance à vouloir se transformer en taxi privé et à multiplier au passage son prix par 50 ! Bref, se déplacer sur Bali est devenu un vrai calvaire sachant à l’avance qu’il nous faudrait durement négocier et ne jamais lâcher l’affaire trop rapidement.
C’est ainsi, qu’après deux bémos, ardemment négociés à Sanur et à Batubulan, nous sommes arrivés à Ubud. Sur les rotules et avec pour seule envie de nous poser. Déjà fatigués à la vue des rues chargées qui se présentaient devant nous. Naïvement, j’avais imaginé un village un peu reculé, situé au creux de collines vertes et abondantes, et j’avais soudain en face de moi une succession de boutiques d’art, de salons de beauté et une queue-leu-leu de touristes en paréo ! Qui a dit que l’imagination n’a que du bon ? Ubud étant également la scène permanente d’hommes criant ''Taxi mister?'' et de femmes proposant ''Massage massage?'', c’est avec plaisir (et soulagement) que nous posions enfin nos sacs dans la jolie guest-house Rojak, où nous allions goûter les meilleurs banana pancakes ever !
Ubud est clairement un lieu conçu pour les touristes et il est parfois difficile de discerner le folklore des us et coutumes réellement pratiqués. Les danses traditionnelles et le cling-cling typique de la musique balinaise marquent le rythme de la ville de manière quasi constante. À vous en donner un gros mal de crâne au bout de quelques jours lorsque s’en mêle aussi le parfum invasif des encens. Les files indiennes de Balinaises portant des petits paniers d’offrandes sur leur tête ne cessent pour ainsi dire jamais ; elles s’en vont déposer ces présents dans les temples, maisons, boutiques, rues, pour apaiser les démons représentés par des statues aux visages monstrueux. Finalement on sent vite que tous ces rites sont intrinsèques à leur culture. Les demeures finement décorées abritent des temples familiaux et les temples eux-mêmes deviennent des espaces de vie commune.
La vraie bonne surprise à Ubud plus qu’ailleurs, c’est qu’il ne faut pas aller bien loin pour se retrouver seuls au monde face à des paysages sublimes. Au détour d’une rue, dans les allées d’un champ, à l’arrière d’une cour ; entourés de touristes un instant, abandonnés l’instant d’après. Et nous en avons abusé largement. Vêtus de nos nouveaux sarongs bleu et vert (enfin de nos paréos quoi !), nous avons visité complexes sacrés, forêts de temples, rizières surélevées, warungs exotiques, grottes érotiques, tapisseries de pierre et bains exaltants, essayant toujours de nous échapper par la porte de derrière en quête de découvertes et de quiétude. Et des découvertes, nous en avons faites, comme le soda gembira (limonade, lait et sirop de rose, beurk !) ou l’arak cola (miam). Mes coups de cœur ? Les temples de Gunung Kawi et les rizières alentour, et les sources d’eau magiques de Tirta Empul. Un délice de se rafraîchir au milieu de Balinais venus y jouer ou y prier.
Ce qui nous a toutefois un peu manqué est l’absence de contacts. Faussés par un tourisme imposant, la majorité des échanges avec les locaux sont purement commerciaux. Ils ont toujours tout un tas de choses à vendre et de services à proposer ! La seule réelle discussion que nous ayons eue est avec une famille de Balinais vivant désormais à Jakarta. Ils étaient revenus à Bali pour une cérémonie importante dans le temple de leur village natal, transformant les lieux en un grand festival. Un combat de coqs, généralement interdit, y était organisé pour l’occasion. Fascinant de voir tous ces hommes brandir leurs biftons au-dessus de deux pauvres volailles ! Il me fallait bien un bon massage intégral d’une heure, suivi d’un gommage au lait concentré et d’un bain aux pétales de fleurs pour me remettre de mes émotions… ;-)
A Bali non esistono mezzi pubblici. Per andare a Ubud prendiamo un bemo, un minibus semipubblico con prezzi da contrattare di volta in volta. Dai finestrini vediamo la vita della gente del posto, poi, arrivati a Ubud, giriamo un angolo e di colpo tutti in strada hanno la pelle pallida. Siamo arrivati. Gli alberghi sono tutti pieni perché presto ci sarà la cremazione della regina locale. È una cerimonia che attrae molta gente, soprattutto turisti, ma abbiamo capito come funzionano le cose: basta girare un altro angolo e si trova subito una buona accomodazione ad un ottimo prezzo (e che colazione!). E per il pranzo, a 50 metri oltre il centro i ristoranti costano un quarto. È quasi ridicolo come la regola funzioni sistematicamente.
Turisti a parte, Ubud è la capitale culturale di Bali, e a ragione. Nella zona del nostro alloggio ci sono dei templi maestosi, pieni di statue di Garuda, il dio dalla testa d’aquila. Perfino lo Starbucks Coffee è in un tempio. E poi c’è il palazzo della famiglia reale, che nelle settimane prima della cremazione è aperto solo per rappresentazioni di danza e teatro delle ombre, mentre attorno è tutto un cantiere con impalcature di legno e grandi statue a tema mitologico.
In fondo alla via principale, dopo un chilometro di cartoline e canottiere con il simbolo della Bintang, c’è il santuario della foresta delle scimmie, un complesso di templi dispersi nella foresta, assediato dai macachi, che si fanno strada fra altri primati, che minacciano il loro territorio con la scusa di aver pagato il biglietto.
In fondo alla foresta comincia una lunga camminata che attraversa un quartiere di abitazioni tradizionali, ma con un tocco di modernità: le divinità nelle statue dei templi privati sembrano più che altro nani da giardino. Lo stile è lo stesso che si trova in Europa nelle case di chi è diventato ricco troppo in fretta: qualcosa mi dice che chi ci abita deve lavorare con i turisti. Poi usciamo dalla zona abitata e camminiamo fra splendide risaie verdi e altri villaggi decisamente più modesti. Entriamo in un tempio e per alcuni minuti ci fermiamo ad osservare una cerimonia di mediatazione con candele che illuminano il crepuscolo. La mattina abbiamo deciso di comprare un sarong e una fascia da legare attorno alla vita, accessori necessari per accedere ai templi, anche se in quelli più importanti è possibile affittarli. L’atmosfera che troviamo qui da sola giustifica l’acquisto.
Di ritorno ad Ubud, cerchiamo un posto dove mangiare con i genitori di Aurélie, che ci hanno raggiunti qui, mentre i giovani locali seduti sui muretti lungo le vie del centro ripetono con devozione un mantra che fa “Taxi mister?” In risposta ricevono un coro di “No thanks”. Quando lo sentono ridono, scherzano, qualcuno ci imita. Proprio come facciamo noi con loro. Chissà quante volte se lo sentono dire, ogni giorno.
Il modo migliore per esplorare Bali è noleggiare un motorino. Basta chiedere in giro: ognuno ne ha uno da offrire, o un amico in grado di farlo. Questo non significa che sia il modo più semplice per girare l’isola: le strade sono tante e aggrovigliate, e le regole di circolazione non esistono.
Sbrighiamo per prime le cose che vanno viste per forza. C’è Goa Gajah, il tempio della grotta dell’elefante, che risale all'undicesimo secolo e Yeh Pulu, un bassorilievo su di una parete rocciosa fra le risaie, che raffigura un cinghiale che morde la mano di un uomo. E poi il complesso di Gunung Kawi. I suoi grandi monumenti di pietra sono al centro di una scenografia da film, nella valle stretta di un torrente, foderata di risaie a gradoni. Alla fine della visita d’ordinanza deviamo lungo le risaie, salendo e scendendo lungo i gradoni. Ci perdiamo fra le curve irregolari della valle, passando per piccoli altari con statue vestite di stoffa.
Petit Poilu fa il bagno fra gli steli di riso ed emerge pieno di melma. Sulla via del ritorno, tornati al villaggio di Gunung Kawi, mangiamo un pranzo di bakso (canederli!) e Teh Botol per il prezzo che ad Ubud pagheremmo per un pezzo di pane. Siamo solo a 500 metri dall’entrata del complesso monumentale, ma Il gestore sembra stupito di vedere degli stranieri.
La sera, di ritorno ad Ubud, dopo essermi perso un paio di volte, risolvo la questione “Taxi mister?” con un foglio di carta con scritto NO THANKS. I balinesi hanno spirito, o quantomeno apprezzano la variazione sul copione con risate e battute.
Il giorno dopo il motorino smarmitta verso Bedulu. Superato con la pelle d’oca un incrocio a più corsie, dove provare a seguire le regole di circolazione è il modo più semplice per morire,arriviamo ad un tempio circondato da una grande folla. C’è una sagra e possiamo seguire le lotte fra galli, che come ci spiega una signora, sono legali solo in queste occasioni.
E poi cerchiamo il tempio di Tirta Empul, costruito attorno ad una sorgente sacra. Troviamo un complesso vasto, con una grande scalinata verso un tempio rialzato, in totale silenzio. C’è solo un monaco che insegna meditazione ad una giapponese in lacrime. Alla base della scalinata c’è una sorgente dove alcuni balinesi stanno facendo il bagno. Non è il tempio più maestoso che abbiamo visto, ma il silenzio crea un’atmosfera di raccoglimento. Il fatto è che, pensandoci bene, non siamo sicuri che questo sia davvero Tirta Empul.
Infatti il tempio indicato sulla Lonely Planet è più avanti. Impossibile mancarlo: c’è un ampio parcheggio e per entrare bisogna farsi largo fra le bancarelle messe là per i turisti. È così caldo che fa piacere immergersi nella sacra piscina fra pellegrini, statue e pesci rossi giganti, facendo attenzione a coprirsi bene con il sarong e la fascia. E dopo le fatiche di queste giornate piene, tornati ad Ubud, il “massage, massage” ci sta davvero.
Pictures: BALi - Ubud
On the map: Point 22
Nous y voilà au cœur du Bali vert, des rizières et des plantations, où les temples se mêlent tant et si bien à la végétation que même les macaques y élisent domicile. Un Bali tropical et dense qui nous donne l’impression d’être un peu Indiana Jones. Un Bali soyeux et coloré où les sarongs des Balinais s’accordent aux fleurs qu’ils déposent au pied de leurs autels préférés. Un Bali un peu trop fréquenté aussi ! On est en plein mois d’août et il semblerait que la France entière a décidé d’y passer ses vacances. Même Stéphane Guillon y est (…soit dit en passant).
Et pourtant, malgré cette description alléchante, ça avait plutôt mal commencé… Avant de quitter Sanur, les dieux nous avaient exaucés et nous avions pu prendre un bon bain de mer, la marée étant relativement haute le matin. Puis, en se baladant dans les rues à l’arrière de la ville, nous avions finalement trouvé quelques warungs (petits restos locaux) pas chers du tout. Bali commençait à nous plaire. Mais c’était encore ignorer la galère qui nous attendait au niveau des transports ! Pour la simple et bonne raison qu’il n’y a pas de réels transports publics sur l’île. La plupart des touristes louent voiture ou scooter à la semaine, ou prennent les taxis ou navettes leur étant destinés ; les locaux quant à eux grimpent sur leur mobylette ou s’entassent dans les bémos qui naviguent de ville en ville sur un tracé déterminé et dont le prix est plus ou moins fixe (2000 roupies). Mais lorsqu’un touriste souhaite lui aussi sauter dans le bémo, soudain la citrouille a tendance à vouloir se transformer en taxi privé et à multiplier au passage son prix par 50 ! Bref, se déplacer sur Bali est devenu un vrai calvaire sachant à l’avance qu’il nous faudrait durement négocier et ne jamais lâcher l’affaire trop rapidement.
C’est ainsi, qu’après deux bémos, ardemment négociés à Sanur et à Batubulan, nous sommes arrivés à Ubud. Sur les rotules et avec pour seule envie de nous poser. Déjà fatigués à la vue des rues chargées qui se présentaient devant nous. Naïvement, j’avais imaginé un village un peu reculé, situé au creux de collines vertes et abondantes, et j’avais soudain en face de moi une succession de boutiques d’art, de salons de beauté et une queue-leu-leu de touristes en paréo ! Qui a dit que l’imagination n’a que du bon ? Ubud étant également la scène permanente d’hommes criant ''Taxi mister?'' et de femmes proposant ''Massage massage?'', c’est avec plaisir (et soulagement) que nous posions enfin nos sacs dans la jolie guest-house Rojak, où nous allions goûter les meilleurs banana pancakes ever !
Ubud est clairement un lieu conçu pour les touristes et il est parfois difficile de discerner le folklore des us et coutumes réellement pratiqués. Les danses traditionnelles et le cling-cling typique de la musique balinaise marquent le rythme de la ville de manière quasi constante. À vous en donner un gros mal de crâne au bout de quelques jours lorsque s’en mêle aussi le parfum invasif des encens. Les files indiennes de Balinaises portant des petits paniers d’offrandes sur leur tête ne cessent pour ainsi dire jamais ; elles s’en vont déposer ces présents dans les temples, maisons, boutiques, rues, pour apaiser les démons représentés par des statues aux visages monstrueux. Finalement on sent vite que tous ces rites sont intrinsèques à leur culture. Les demeures finement décorées abritent des temples familiaux et les temples eux-mêmes deviennent des espaces de vie commune.
La vraie bonne surprise à Ubud plus qu’ailleurs, c’est qu’il ne faut pas aller bien loin pour se retrouver seuls au monde face à des paysages sublimes. Au détour d’une rue, dans les allées d’un champ, à l’arrière d’une cour ; entourés de touristes un instant, abandonnés l’instant d’après. Et nous en avons abusé largement. Vêtus de nos nouveaux sarongs bleu et vert (enfin de nos paréos quoi !), nous avons visité complexes sacrés, forêts de temples, rizières surélevées, warungs exotiques, grottes érotiques, tapisseries de pierre et bains exaltants, essayant toujours de nous échapper par la porte de derrière en quête de découvertes et de quiétude. Et des découvertes, nous en avons faites, comme le soda gembira (limonade, lait et sirop de rose, beurk !) ou l’arak cola (miam). Mes coups de cœur ? Les temples de Gunung Kawi et les rizières alentour, et les sources d’eau magiques de Tirta Empul. Un délice de se rafraîchir au milieu de Balinais venus y jouer ou y prier.
Ce qui nous a toutefois un peu manqué est l’absence de contacts. Faussés par un tourisme imposant, la majorité des échanges avec les locaux sont purement commerciaux. Ils ont toujours tout un tas de choses à vendre et de services à proposer ! La seule réelle discussion que nous ayons eue est avec une famille de Balinais vivant désormais à Jakarta. Ils étaient revenus à Bali pour une cérémonie importante dans le temple de leur village natal, transformant les lieux en un grand festival. Un combat de coqs, généralement interdit, y était organisé pour l’occasion. Fascinant de voir tous ces hommes brandir leurs biftons au-dessus de deux pauvres volailles ! Il me fallait bien un bon massage intégral d’une heure, suivi d’un gommage au lait concentré et d’un bain aux pétales de fleurs pour me remettre de mes émotions… ;-)
A Bali non esistono mezzi pubblici. Per andare a Ubud prendiamo un bemo, un minibus semipubblico con prezzi da contrattare di volta in volta. Dai finestrini vediamo la vita della gente del posto, poi, arrivati a Ubud, giriamo un angolo e di colpo tutti in strada hanno la pelle pallida. Siamo arrivati. Gli alberghi sono tutti pieni perché presto ci sarà la cremazione della regina locale. È una cerimonia che attrae molta gente, soprattutto turisti, ma abbiamo capito come funzionano le cose: basta girare un altro angolo e si trova subito una buona accomodazione ad un ottimo prezzo (e che colazione!). E per il pranzo, a 50 metri oltre il centro i ristoranti costano un quarto. È quasi ridicolo come la regola funzioni sistematicamente.
Turisti a parte, Ubud è la capitale culturale di Bali, e a ragione. Nella zona del nostro alloggio ci sono dei templi maestosi, pieni di statue di Garuda, il dio dalla testa d’aquila. Perfino lo Starbucks Coffee è in un tempio. E poi c’è il palazzo della famiglia reale, che nelle settimane prima della cremazione è aperto solo per rappresentazioni di danza e teatro delle ombre, mentre attorno è tutto un cantiere con impalcature di legno e grandi statue a tema mitologico.
In fondo alla via principale, dopo un chilometro di cartoline e canottiere con il simbolo della Bintang, c’è il santuario della foresta delle scimmie, un complesso di templi dispersi nella foresta, assediato dai macachi, che si fanno strada fra altri primati, che minacciano il loro territorio con la scusa di aver pagato il biglietto.
In fondo alla foresta comincia una lunga camminata che attraversa un quartiere di abitazioni tradizionali, ma con un tocco di modernità: le divinità nelle statue dei templi privati sembrano più che altro nani da giardino. Lo stile è lo stesso che si trova in Europa nelle case di chi è diventato ricco troppo in fretta: qualcosa mi dice che chi ci abita deve lavorare con i turisti. Poi usciamo dalla zona abitata e camminiamo fra splendide risaie verdi e altri villaggi decisamente più modesti. Entriamo in un tempio e per alcuni minuti ci fermiamo ad osservare una cerimonia di mediatazione con candele che illuminano il crepuscolo. La mattina abbiamo deciso di comprare un sarong e una fascia da legare attorno alla vita, accessori necessari per accedere ai templi, anche se in quelli più importanti è possibile affittarli. L’atmosfera che troviamo qui da sola giustifica l’acquisto.
Di ritorno ad Ubud, cerchiamo un posto dove mangiare con i genitori di Aurélie, che ci hanno raggiunti qui, mentre i giovani locali seduti sui muretti lungo le vie del centro ripetono con devozione un mantra che fa “Taxi mister?” In risposta ricevono un coro di “No thanks”. Quando lo sentono ridono, scherzano, qualcuno ci imita. Proprio come facciamo noi con loro. Chissà quante volte se lo sentono dire, ogni giorno.
Il modo migliore per esplorare Bali è noleggiare un motorino. Basta chiedere in giro: ognuno ne ha uno da offrire, o un amico in grado di farlo. Questo non significa che sia il modo più semplice per girare l’isola: le strade sono tante e aggrovigliate, e le regole di circolazione non esistono.
Sbrighiamo per prime le cose che vanno viste per forza. C’è Goa Gajah, il tempio della grotta dell’elefante, che risale all'undicesimo secolo e Yeh Pulu, un bassorilievo su di una parete rocciosa fra le risaie, che raffigura un cinghiale che morde la mano di un uomo. E poi il complesso di Gunung Kawi. I suoi grandi monumenti di pietra sono al centro di una scenografia da film, nella valle stretta di un torrente, foderata di risaie a gradoni. Alla fine della visita d’ordinanza deviamo lungo le risaie, salendo e scendendo lungo i gradoni. Ci perdiamo fra le curve irregolari della valle, passando per piccoli altari con statue vestite di stoffa.
Petit Poilu fa il bagno fra gli steli di riso ed emerge pieno di melma. Sulla via del ritorno, tornati al villaggio di Gunung Kawi, mangiamo un pranzo di bakso (canederli!) e Teh Botol per il prezzo che ad Ubud pagheremmo per un pezzo di pane. Siamo solo a 500 metri dall’entrata del complesso monumentale, ma Il gestore sembra stupito di vedere degli stranieri.
La sera, di ritorno ad Ubud, dopo essermi perso un paio di volte, risolvo la questione “Taxi mister?” con un foglio di carta con scritto NO THANKS. I balinesi hanno spirito, o quantomeno apprezzano la variazione sul copione con risate e battute.
Il giorno dopo il motorino smarmitta verso Bedulu. Superato con la pelle d’oca un incrocio a più corsie, dove provare a seguire le regole di circolazione è il modo più semplice per morire,arriviamo ad un tempio circondato da una grande folla. C’è una sagra e possiamo seguire le lotte fra galli, che come ci spiega una signora, sono legali solo in queste occasioni.
E poi cerchiamo il tempio di Tirta Empul, costruito attorno ad una sorgente sacra. Troviamo un complesso vasto, con una grande scalinata verso un tempio rialzato, in totale silenzio. C’è solo un monaco che insegna meditazione ad una giapponese in lacrime. Alla base della scalinata c’è una sorgente dove alcuni balinesi stanno facendo il bagno. Non è il tempio più maestoso che abbiamo visto, ma il silenzio crea un’atmosfera di raccoglimento. Il fatto è che, pensandoci bene, non siamo sicuri che questo sia davvero Tirta Empul.
Infatti il tempio indicato sulla Lonely Planet è più avanti. Impossibile mancarlo: c’è un ampio parcheggio e per entrare bisogna farsi largo fra le bancarelle messe là per i turisti. È così caldo che fa piacere immergersi nella sacra piscina fra pellegrini, statue e pesci rossi giganti, facendo attenzione a coprirsi bene con il sarong e la fascia. E dopo le fatiche di queste giornate piene, tornati ad Ubud, il “massage, massage” ci sta davvero.
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