Anyway, nous y étions enfin ! Nous avions mis le réveil assez tôt pour éviter la foule et profiter au maximum de notre journée. Logeant dans la guest-house juste en face, nous bénéficions d’une remise de 10% sur le prix du ticket d’entrée et, quand on sait que dans ce type de lieu hypra-touristique le dollar américain est roi, cela fait plutôt plaisir d’avoir une ristourne, si petite soit-elle ! Après cela, il ne nous restait plus qu’à tourner, pendant des heures, dans le sens des aiguilles d’une montre, comme le veut la tradition bouddhiste, afin de ne rien manquer des 2672 panneaux décoratifs et narratifs composant ce monument circulaire.
Borobudur, dont le nom vient du sanskrit ‘’Vihara Buddha Uhr’’signifiant ‘’Monastère bouddhiste sur la colline’’, a été construit entre 780 et 830 après J.C. par la dynastie Syailendra. Il s’agit d’un mandala trois-dimensionnel symétrique composé de 2 millions de blocs de pierre, sculptées de manière à conter en images la vision bouddhiste du cosmos. Sa base est un carré de 120x120 mètres, sur lequel s’enroulent 9 niveaux de terrasse et un stupa énorme à son sommet. Les 3 niveaux principaux symbolisent respectivement : Kamadhatu, les comportements humains rattachés aux passions terrestres ; Rupadhatu, l’abandon des besoins matériels et la transition vers un monde spirituel ; et Arupadhatu, le nirvana éternel... (Il faut faire gaffe de ne pas rester perché !) Plus de 500 figures de Bouddha ornementent le monument, mais beaucoup d’entre eux ont malheureusement perdu la tête !
Du haut de ses 35 mètres, nous avions une vue imprenable sur la jungle tropical alentour. Il nous tardait alors d’aller visiter les environs sur les bicyclettes que nous avions louées pour l’occasion ! Bien que Borobudur fût vite abandonné et redécouvert uniquement au 19ème siècle à l’heure de la colonisation hollando-britannique, la région est restée à dominante bouddhiste et de nombreux autres temples, autels et monastères valent le coup d’œil. C’est là que nous avons pédalé en premier lieu, puis nous avons roulé longtemps à travers les champs de riz et de tabac, hélés de ci de là par des gamins nous criant ‘’Hello mister!’’ ou ‘’Money mister!’’ au choix.
Une fois rentrés au bercail, accueillis par un jus de banane savoureux, nous parlions encore pendant des heures de voyages autour du monde avec un journaliste américain rencontré là. L’ombre d’un instant nous avons même pensé que c’était peut-être Paul Theroux (= l’écrivain vénéré par Marco) ! Mais non, il s’agissait juste d’un avocat dont la passion était d’envoyer ses récits de voyage à des journaux et par la même occasion de nous donner l’eau à la bouche avec tout plein de nouvelles destinations !
Forse non tutti sanno che a Giava c’è uno dei templi più famosi in Asia. L’India ha il Taj Mahal, la Cambogia Angkor Wat, e l’Indonesia Borobodur, che a dirlo così suona più come la canzone di Stanlio e Ollio.
In realtà il restauro degli ultimi anni è stata più che altro una ricostruzione, dopo che il tempio è stato strizzato da diversi terremoti. È un po’ come se si decidesse di aggiungere al Colosseo quel piano e mezzo che manca, ma se non altro si può avere un’idea precisa dell’edificio originale. Ma forse la cosa che impressiona di più di Borobodur è lo scenario: uno ziggurat nero messo là fra le risaie e i campi di tabacco e circondato da montagne coperte di giungla verde e blu.
Cominciamo così proprio con lo ziggurat, che esploriamo all’alba, come consigliano di fare per fruire al massimo dell’effetto della luce rosa sulle pareti, anche se ho l’impressione che in Indonesia tutto renda al massimo solo dopo una levataccia. E comunque avremmo potuto alzarci tre ore dopo, visto che il sole non si vede per tutto il giorno. Comunque ci siamo e con gli occhi impastati dal sonno saliamo la scalinata verso la cima, facendo il giro di ognuno dei tre piani per seguire il fregio con bassorilievi che raffigurano storie tratte dalle scritture induiste. La parte più nota è in cima, con le famose campane fatte di blocchi di pietra a forma di X, che formano una struttura a reticolo che lascia intravvedere al suo interno la statua di un Buddha in meditazione.
È là che vedo un indonesiano con la maglia del Milan e posso finalmente avere la notizia che cercavo già da un po’: a segni e gesti mi indica che la partita di coppa contro il Barcellona è finita 2-2. Qualche anno fa non avrei gioito così tanto, ma va bene così. E poi mi giro e vedo le montagne che escono dalla nebbia che si dirada, evento maestoso e sperato tanto quanto il gol del pareggio al novantesimo (un giorno vi racconterò come si spiega “pareggio al novantesimo” a gesti).
Ma lo scenario lo lasciamo per il giorno dopo. Lo percorreremo in bicicletta, constatando ancora una volta quanto la zona turistica sia concentrata e circoscritta. Neanche un chilometro oltre il tempio e la gente si stupisce già di vedere le nostre facce straniere.
In Olanda pedalavamo per 26 km al giorno, ma qui la differenza la fa il dislivello di una strada che è sempre in salita o discesa, e – ancora di più – la temperatura. Le strade curvano fra campi di tabacco e palmeti e villaggi con capanne di legno e pietra. Quando sembra di essersi persi spunta sempre la piramide nera di Borobudur per farci orientare. Quando il fiato sta per lasciarci definitivamente, da dietro una curva spunta una baracca con una signora che cucina per i contadini in pausa pranzo. Anche lei sembra orgogliosa di servire degli stranieri, forse quanto noi siamo felici di fermarci e riempire la pancia di spaghetti ricci, minibanane e tè ghiacciato.
La campagna giavanese che osserviamo seduti e pasciuti è di un verde profondo e senza scampo, dalle foreste ai campi ai fiumi coperti di piante acquatiche. Le montagne che fanno da scenografia sono probabilmente vulcani, perché Giava è stata tirata fuori dal mare a forza di eruzioni. Mentre li osserviamo da lontano decidiamo che Merapi, uno dei vulcani più attivi al mondo, sarà la prossima tappa.