Kota Bharu en soit, n’offre rien de spécial, si ce n’est qu’elle est la ville principale de la région de Kelantan. Les régions du Nord étant plus conservatrices que les autres, la tradition islamique prend une place plus nette. Les panneaux indicatifs sont traduits en Arabe (si si, même Bata et McDonald !), les gestes affectifs comme se donner la main en public sont bannis, et le WE est le vendredi et samedi (pas le dimanche).
L’autre particularité de KB est qu’elle est située à deux pas de la frontière thaïlandaise. De ce fait, il y a de nombreux temples thaï, répartis autour de la ville de Tumpat, à 15 km au Nord de KB. Et pour en visiter une bonne poignée, rien de mieux que le vélo ! On a bien roulé plus de 30 bornes ce jour-là, en essayant d’aller le plus vite possible pour faire un maximum d’air. Quel cagnard sinon ! Vous en aurez peut-être marre de voir des temples à tire-larigot en photo, mais il faut reconnaitre que les temples thaï sont différents : souvent il ne s’agit pas de temple unique, mais plutôt de complexe, regroupant plusieurs petits temples, autels et gigantesques statues de divinités ; ils ont des toits pointus très finement décorés ; et ils s’appellent tous Wat quelque chose. Cela étant dit, j’imagine que les temples de Thaïlande sont beaucoup plus beaux, mais c’était déjà chouette d’en voir quelques-uns !
Notre cyclo-périple nous a amené par hasard à Kampung Laut, un petit village de l’autre côté de la rive. Un peu paumés, on s’est fait guider jusqu’à la jetty par une petite ado toute intimidée. Les gens devaient être surpris de nous voir là, surtout les gamins, qui ont commencé à crier en chœur "I love you" à Marco ! On a rencontré un monsieur qui pratique le théâtre d’ombres (art traditionnel de Kelantan) et nous a invités dans son atelier pour une petite démonstration. Du coup ça nous a motivé à rester une journée de plus pour assister au spectacle le lendemain au centre culturel de KB. Cela consiste en un orchestre caché derrière un écran, avec pour seule lumière une ampoule. Le conteur se place derrière l’ampoule si bien que les spectateurs ne distinguent que l’ombre des marionnettes.
Pour notre dernière journée, on l’a joué relax : un musée le matin, la plage l’aprem. J’aurais peut-être dû m’abstenir car une vilaine méchante pas belle méduse m’a piquée. J’ai gardé la marque du tentacule sur le bras pendant une bonne demi-heure, si c’est vrai d’abord ! Enfin heureusement, l’ABC (Air Batu Campur) était là pour me soulager… regardez les photos, vous comprendrez ! Il faut quand même savoir que sous toute cette tonne de glace pilée et sirop fluorescent se cachent des morceaux de jelly multicolores, du maïs et des haricots rouges – ces deux derniers aliments étant considérés comme sucrés en Malaisie. Bon appétit !
Anche l’arrivo a Kota Bharu è al fulmicotone. Perché dopo aver passato una giornata fra battello, bus e ricerca di un autobus notturno per raggiungere l’Est, dopo esserci addormentati sfiniti sui sedili, arriviamo con un’ora d’anticipo. Vale a dire che, invece di seguire la sveglia, puntata pochi minuti prima delle 6, ci catapultano fuori dal sedile/letto alle 5 di mattina. Siamo svegli da 2 minuti e siamo già sulle strade ancora deserte di Kota Bharu. E non finisce mica qui, perché la cartina sulla Lonely Planet è sbagliata, e noi ci mettiamo un’ora di zaino in spalla per rendercene conto. Così ci tocca camminare verso un ostello più lontano e disturbare la gestrice in fase di preghiera mattutina per avere finalmente le chiavi di uno stanzino con un’asse di legno coperta con un lenzuolo.
La preghiera sarà una costante, perché lo stato del Kelantan è uno dei più musulmani della Malesia. Per dire, qui nelle edicole si vende una rivista chiamata I Luv Islam, che in italiano si potrebbe tradurre con “Islam TVB”. È anche uno stato pieno di tradizioni, come gli aquiloni a forma di aquila o il teatro delle ombre. Per questo a Kota Bharu c’è un centro culturale che ogni sera propone dimostrazioni gratuite. Il teatro delle ombre è sicuramente affascinante, ma per chi non capisce il malay è difficile da seguire. Per questo dopo un’ora di ombre scappiamo e ci fermiamo allo stadio, dove i tifosi del Kelantan stanno seguendo gli ultimi minuti della partita di campionato contro il Sabah. I kelantanesi sono tutti appassionati di calcio e molti di loro per strada indossano la maglia a strisce e scacchi (!) della squadra locale, che dicono essere la più forte della Malesia.
A parte il calcio e le tradizioni, non è che ci sia molto in città, così, anche per variare una routine fatta di muezzin e Allah in stereofonia, noleggiamo due biciclette per visitare i templi buddisti della zona al confine con la Thailandia. Sono una quarantina di chilometri torridi, con l’asfalto che ti riflette in faccia il calore che non hai assorbito direttamente e i templi sono difficili da trovare, anche perché – ce ne convinceremo solo nel pomeriggio inoltrato – la mappa sulla guida del Pianeta Solitario è cannata di nuovo. Per fortuna, grazie a Petit Poilu che torna a vestire i panni di navigatore satellitare da bicicletta, riusciamo a vedere due templi, uno dei quali impressiona soprattutto per il kitsch della nave di cemento che dovrebbe traghettare le anime chissà dove.
Poi al ritorno arriva il colpo di fortuna: mentre siamo già sicuri di dover rientrare di notte, persi e lontani dalla città, troviamo il cartello che indica l’inizio di un paese che avevamo sentito nominare per caso il giorno prima, quando qualcuno ci aveva detto che da là partivano battelli per Kota Bharu. Per la verità il centro abitato lo dobbiamo cercare nella giungla, ma quando lo troviamo ci godiamo l’atmosfera rilassata e paesana, con i bambini che giocano nelle strade e sul molo.
E poi l’errore più grave: provare l’ABC, la goloseria locale. Un gelato fatto di ghiaccio tritato con sciroppi vari e guarnito di gelatina alle erbe, mais e fagioli, che qui sono considerati come dolci. Le conseguenze le scopriremo nel prossimo episodio.