The Last Shadow Puppets & Red Bean Chilli Peppers in Malaysia

Nous avons quitté Langkawi sous la pluie, et sommes, quelques bateau et bus plus tard, arrivés à Alor Setar. Nous avons squatté un peu la gare routière en attendant notre bus de nuit et bu le meilleur teh tarik jusqu’alors (thé + lait concentré sucré, servi chaud ou froid, on adore !) À 21h le bus a démarré et je me suis bien calée avec l’oreiller gonflable qui m’avait été offert par les Parisiennes (re-merci les filles !). On a regardé quelques épisodes de Nils Holgersson, puis tenté de trouver le sommeil… pas facile. À 5h du matin, le muezzin nous accueillait en chantant à Kota Bharu ! (Je n’avais pas mentionné notre ami Allah jusqu’à présent, mais sachez qu’il est avec nous tous les jours.) Nous nous sommes mis en quête d’un logement, mais allez donc trouver une guest-house à cette heure quand le Lonely Planet vous offre un plan foireux de la ville et des adresses inexistantes ? Et bien on marche beaucoup et on regarde les commerçants préparer tranquillement leurs étaux pour le marché.

Kota Bharu en soit, n’offre rien de spécial, si ce n’est qu’elle est la ville principale de la région de Kelantan. Les régions du Nord étant plus conservatrices que les autres, la tradition islamique prend une place plus nette. Les panneaux indicatifs sont traduits en Arabe (si si, même Bata et McDonald !), les gestes affectifs comme se donner la main en public sont bannis, et le WE est le vendredi et samedi (pas le dimanche).

L’autre particularité de KB est qu’elle est située à deux pas de la frontière thaïlandaise. De ce fait, il y a de nombreux temples thaï, répartis autour de la ville de Tumpat, à 15 km au Nord de KB. Et pour en visiter une bonne poignée, rien de mieux que le vélo ! On a bien roulé plus de 30 bornes ce jour-là, en essayant d’aller le plus vite possible pour faire un maximum d’air. Quel cagnard sinon ! Vous en aurez peut-être marre de voir des temples à tire-larigot en photo, mais il faut reconnaitre que les temples thaï sont différents : souvent il ne s’agit pas de temple unique, mais plutôt de complexe, regroupant plusieurs petits temples, autels et gigantesques statues de divinités ; ils ont des toits pointus très finement décorés ; et ils s’appellent tous Wat quelque chose. Cela étant dit, j’imagine que les temples de Thaïlande sont beaucoup plus beaux, mais c’était déjà chouette d’en voir quelques-uns !

Notre cyclo-périple nous a amené par hasard à Kampung Laut, un petit village de l’autre côté de la rive. Un peu paumés, on s’est fait guider jusqu’à la jetty par une petite ado toute intimidée. Les gens devaient être surpris de nous voir là, surtout les gamins, qui ont commencé à crier en chœur "I love you" à Marco ! On a rencontré un monsieur qui pratique le théâtre d’ombres (art traditionnel de Kelantan) et nous a invités dans son atelier pour une petite démonstration. Du coup ça nous a motivé à rester une journée de plus pour assister au spectacle le lendemain au centre culturel de KB. Cela consiste en un orchestre caché derrière un écran, avec pour seule lumière une ampoule. Le conteur se place derrière l’ampoule si bien que les spectateurs ne distinguent que l’ombre des marionnettes.

Pour notre dernière journée, on l’a joué relax : un musée le matin, la plage l’aprem. J’aurais peut-être dû m’abstenir car une vilaine méchante pas belle méduse m’a piquée. J’ai gardé la marque du tentacule sur le bras pendant une bonne demi-heure, si c’est vrai d’abord ! Enfin heureusement, l’ABC (Air Batu Campur) était là pour me soulager… regardez les photos, vous comprendrez ! Il faut quand même savoir que sous toute cette tonne de glace pilée et sirop fluorescent se cachent des morceaux de jelly multicolores, du maïs et des haricots rouges – ces deux derniers aliments étant considérés comme sucrés en Malaisie. Bon appétit !



Anche l’arrivo a Kota Bharu è al fulmicotone. Perché dopo aver passato una giornata fra battello, bus e ricerca di un autobus notturno per raggiungere l’Est, dopo esserci addormentati sfiniti sui sedili, arriviamo con un’ora d’anticipo. Vale a dire che, invece di seguire la sveglia, puntata pochi minuti prima delle 6, ci catapultano fuori dal sedile/letto alle 5 di mattina. Siamo svegli da 2 minuti e siamo già sulle strade ancora deserte di Kota Bharu. E non finisce mica qui, perché la cartina sulla Lonely Planet è sbagliata, e noi ci mettiamo un’ora di zaino in spalla per rendercene conto. Così ci tocca camminare verso un ostello più lontano e disturbare la gestrice in fase di preghiera mattutina per avere finalmente le chiavi di uno stanzino con un’asse di legno coperta con un lenzuolo.

La preghiera sarà una costante, perché lo stato del Kelantan è uno dei più musulmani della Malesia. Per dire, qui nelle edicole si vende una rivista chiamata I Luv Islam, che in italiano si potrebbe tradurre con “Islam TVB”. È anche uno stato pieno di tradizioni, come gli aquiloni a forma di aquila o il teatro delle ombre. Per questo a Kota Bharu c’è un centro culturale che ogni sera propone dimostrazioni gratuite. Il teatro delle ombre è sicuramente affascinante, ma per chi non capisce il malay è difficile da seguire. Per questo dopo un’ora di ombre scappiamo e ci fermiamo allo stadio, dove i tifosi del Kelantan stanno seguendo gli ultimi minuti della partita di campionato contro il Sabah. I kelantanesi sono tutti appassionati di calcio e molti di loro per strada indossano la maglia a strisce e scacchi (!) della squadra locale, che dicono essere la più forte della Malesia.

A parte il calcio e le tradizioni, non è che ci sia molto in città, così, anche per variare una routine fatta di muezzin e Allah in stereofonia, noleggiamo due biciclette per visitare i templi buddisti della zona al confine con la Thailandia. Sono una quarantina di chilometri torridi, con l’asfalto che ti riflette in faccia il calore che non hai assorbito direttamente e i templi sono difficili da trovare, anche perché – ce ne convinceremo solo nel pomeriggio inoltrato – la mappa sulla guida del Pianeta Solitario è cannata di nuovo. Per fortuna, grazie a Petit Poilu che torna a vestire i panni di navigatore satellitare da bicicletta, riusciamo a vedere due templi, uno dei quali impressiona soprattutto per il kitsch della nave di cemento che dovrebbe traghettare le anime chissà dove.

Poi al ritorno arriva il colpo di fortuna: mentre siamo già sicuri di dover rientrare di notte, persi e lontani dalla città, troviamo il cartello che indica l’inizio di un paese che avevamo sentito nominare per caso il giorno prima, quando qualcuno ci aveva detto che da là partivano battelli per Kota Bharu. Per la verità il centro abitato lo dobbiamo cercare nella giungla, ma quando lo troviamo ci godiamo l’atmosfera rilassata e paesana, con i bambini che giocano nelle strade e sul molo.

E poi l’errore più grave: provare l’ABC, la goloseria locale. Un gelato fatto di ghiaccio tritato con sciroppi vari e guarnito di gelatina alle erbe, mais e fagioli, che qui sono considerati come dolci. Le conseguenze le scopriremo nel prossimo episodio.

Burka and K-way needed!

Il passaggio in nave da Penang a Langkawi non è una marcia trionfale. La colonna sonora non sono le Valchirie, ma un film d'azione francese che è un collage di spari e capriole, proiettato nella sala passeggeri del battello. Poi il film finisce e abbiamo modo di rimpiangerlo per le due ore in cui la nave risuona dei trenta secondi di musica rap del menu del DVD, riprodotti a ripetizione. Intanto io sono seduto in prima fila, il che significa che l'aria condizionata mi esce direttamente in faccia. E nei paesi caldi l'aria condizionata è un lusso che ad averlo va sfruttato fino in fondo, quindi ogni volta che cerco di contenere la macchina infernale, arriva qualcuno a girare la manopola della temperatura in direzione contraria a quella in cui l'avevo appena portata. Passo il viaggio avvolto nella giacca a vento, col cappuccio e i brividi. Non vedo l'ora di tornare all'aperto, nei soliti 40 gradi.

A dire il vero non ci metto molto a realizzare che anche la temperatura esterna è destinata a scendere, basta vedere la tempesta che dilania il cielo con sempre più forza mano a mano che ci avviciniamo all'isola. Pare che in Tailandia sia cominciata la stagione dei monsoni, e qui siamo proprio al confine, e il tempo non ha bisogno di visti. Ci dicono che sull'altra costa, ad appena un centinaio di chilometri da qui, i monsoni non arriveranno che fra un paio di mesi.

Però intanto siamo qui e, scoperto che non esistono autobus di linea, dobbiamo prendere un taxi per raggiungere il villaggio dove sono concentrati tutti gli alberghi. Riccione al curry. È un luogo/non luogo e noi guadiamo le strade con lo zaino in spalla alla ricerca di una doppia libera, con alcuni degli ostelli non raggiungibili per via del livello dell'acqua accumulata nel giardino all'ingresso.

Va bene così, abbiamo un giorno per rilassarci, e la mattina dopo prendiamo a noleggio un motorino malese Modenas e partiamo verso altri lidi, il più lontano possibile dalla marea velata di nero dei turisti mediorientali, accorsi per godersi la pioggia rinfrescante dopo la loro routine di deserti (così ci dice un tassista). Con il sole, lontano dal ghetto turistico, l'isola cambia aspetto. È completamente verde, fra boschi di banani e piante altissime e risaie rifornite dalle piogge del giorno prima. Le case sono di legno, spesso su piccole palafitte piantate nel terreno e con i tipici tetti che partono con un angolo molto acuto e si aprono verso la metà.

Saliamo in funivia verso un ponte panoramico d'alta quota e poi ci tuffiamo ai piedi di una cascata, dove i ragazzi locali e le loro coetanee velate guardano a bocca aperta Aurélie che fa il bagno in costume. A farcelo notare è il diavolo in persona, che esce dall'acqua in forma di scorpione verde-azzurro di circa 20 cm, a mezzo metro da dove sto sguazzando io. D'ora in poi Aurélie non oserà più esibirsi in costume, ma osserverà e fotograferà ossessivamente le turiste mediorientali con i loro veli neri nella spiaggia della Riccione al curry, punteggiata del nero di veli acquistati a Muscat e Abu Dhabi.

Noi comunque continuiamo a tenerci alla larga e portiamo le due ruote verso tutti gli angoli dell'isola. In realtà basta fare un chilometro per perdere di vista costumi e veli stranieri. Il resto è dominato dalle scimmie, che ci guardano dai lati della strada con i loro piccoli appesi sotto la pancia. Le altre spiagge sono per lo più private, di proprietà di qualche villaggio di lusso, ma vale la pena di attraversare l'entroterra, con cascate e alberi di frutta selvatica, banani, rambutan (palle rosse pelose) e durian. Il durian è una specie di mazza ferrata verde, grande come una noce di cocco e piena di punte acuminate. Emana un odore nauseabondo, tanto che molti luoghi pubblici espongono cartelli che ne vietano il consumo, ma gli autoctoni vanno matti della pasta al suo interno, con lo stesso odore di un riso decisamente troppo cotto. E il sapore è uno di quelli ai quali ci vuole un po' per abituarsi.

Dopo aver girato tutte le poche strade dell'isola, consegnamo il motorino e sappiamo che è ora di partire, lontano dalle piogge intermittenti.


Lorsqu’on a pris le bateau de Pulau Penang pour se rendre à Pulau Langkawi (vous aurez sûrement compris que ''pulau'' signifie ''île''), on aurait dit qu’on quittait Miami. Imaginez une rangée de buildings donnant sur la mer et un speed-boat filant à toute allure… Le seul hic à ce tableau américain, des Madames Burka partout ! Pas trop habituée jusqu’à présent, car les Malaisiennes, bien que musulmanes pour la plupart, portent le voile, mais pas de la tête au pied et dans des tons plutôt colorés. De plus, en partant sur une île touristique telle que celle-ci, on s’attend plutôt à retrouver des ''Westerners'' (comme on nous appelle ici) en bikini, et pas des Burka Babes. On apprendra par la suite qu’en fait Langkawi attire beaucoup de monde du Moyen-Orient (Bahreïn, Arabie Saoudite, Émirats Arabes, Qatar, Oman, etc.) pour sa fraîcheur.

Nous voilà donc sur notre bateau pour 4h de traversée, la télé démarre : Banlieue 13 !... ou comment apprendre aux p’tits Malaisiens comment ça déboîte la racaille française ! On essaye du coup de regarder le film mais le son est trop bas ; quant aux sous-titres en anglais, on s’aperçoit très vite qu’ils ont été traduits avec Google Translate. Après une bonne rigolade, c’est finalement un petit roupillon qui l’emporte. À l’arrivée, on ne rigole plus du tout par contre : on était venus chercher le soleil et c’est la mousson qui nous attend. Des trombes d’eau, mon Dieu… j’avais jamais vu ça avant, même en Bretagne !

Il faut l’avouer, en venant à Langkawi on n’était pas trop préparés… On ne savait pas que la saison des pluies commençait tout juste ici ; on ne savait pas non plus qu’il n’y avait pas de transport public et que tout déplacement se faisait en taxi ; et pour finir que tous les hôtels abordables de l‘île se trouvaient dans le même périmètre, donc pas possible de s’isoler un peu. C’était mon idée de venir à Langkawi car j’avais vu les photos d’une traductrice freelance avec qui je bossais et ça m’avait donné envie. Finalement, on s’en est plutôt bien tirés : la pluie s’est arrêtée pendant les 3 jours où nous sommes restés (enfin la journée, car la nuit les orages n’ont pas cessés) ; on a loué un scooter pour faciliter nos va-et-vient ; et on s’est trouvé la meilleure chambre qu’on ait eu jusqu’à présent (et pour le meilleur prix) !

On a décidé de ne participer à aucune excursion, mais de découvrir l’île à notre rythme et celui de notre scoot, et on a bien kiffé. On a commencé par le célèbre téléphérique qui offre, à plus de 700m de haut, des vues superbes de toute l’île. C’est très touristique forcément mais ça vaut largement le coup. Je voudrais aussi me féliciter au passage d’avoir vaincu ma peur du vide, bravo Lilou ! À partir de là, on a déambulé d’une plage ou cascade à l’autre, en passant par les routes sinueuses du centre de l’île. Là encore, la jungle n’est jamais très loin…, d’ailleurs Marco a expérimenté son premier bain avec un scorpion ! On a vu de nombreux singes le long des routes (bien plus que dans n’importe quel parc national), mais dès qu’on ralentissait pour prendre une photo, ils déguerpissaient aussitôt.

Quant à moi, j’étais autant fascinée par les paysages que par toutes ces Madames Burka au bord de la plage, faisant du parachute, mangeant une glace ou même un hamburger. Elles devaient avoir cette même curiosité à mon égard car l’une d’elle m’a pris en photo en maillot de bain. Il était question que Marco m’en offre une pour mon anniversaire, pour me servir de K-way, mais finalement ma cape en plastique transparente me va aussi bien ;-)