Trishaw show in Melaka!

La nuit était déjà tombée lorsque nous sommes arrivés à Melaka et les rues de Chinatown s’étaient parées d’une multitude de petits lampions rouges. L’air était magique. On aurait dit le quartier rouge d’Amsterdam, les vitrines en moins… Ça nous a tout de suite beaucoup plu et on s’est alors demandé pourquoi tant de gens nous avaient déconseillés de visiter cette ville.

Melaka est une ville très touristique de par son héritage colonialiste portugais, hollandais et britannique. Vous verrez sur les photos une architecture européenne encore jamais vue en Malaisie. On y retrouve d’ailleurs des touristes de nationalité plus variée : toujours beaucoup de Français, des Espagnols, des Américains, pas mal de Singapouriens – la frontière n’étant plus très loin –, et même des Italiens ! Woohoo, Marco a enfin pu parler sa langue natale qui commençait sérieusement à lui manquer… enfin, pendant quelques minutes seulement, mais c’est déjà ça.

On a commencé à arpenter la ville sous la pluie et dans sa partie sûrement la moins peuplée : Bukit Cina, le cimetière chinois ! Il s’agit d’un grand parc comptant environ 20 000 tombes où les habitants de Melaka viennent faire leur jogging ! (quand il ne pleut pas) Puis pour se mettre à l’abri, nous avons visité une maison traditionnelle du quartier de Kampung Morten. La petite dame vivant là nous a expliqué l’histoire de sa famille, ainsi que différents rites et traditions de la culture malaisienne. Après la pluie, le beau temps nous a permis d’explorer le reste de la ville les jours suivants. Les trishaws colorés et très kitsch inondent les rues et les groupe de Singapouriens se jettent littéralement dessus, puis paradent dans tout Melaka. Ça donne l’impression d’une grande fête foraine.

Chinatown bénéficie de l’héritage architectural et culturel des Nonyas et Kampung Chitty des premiers émigrés indiens. Leurs différentes religions se marient les unes aux autres sans problème (en apparence tout du moins) et il n’est pas rare de trouver une mosquée, un temple bouddhiste, un temple hindou et une église dans la même rue. Il existe même une rue de l’Harmonie pour illustrer ce mélange réussi. Au niveau culinaire, ce mélange se fait tout aussi ressentir, et c’est à Melaka que j’ai pu assister à la préparation d’un teh tarik digne d’un véritable cocktail. Le susu (lait concentré sucré) a sacrément moussé !

Samedi, jour des mariages et du marché de nuit très populaire. On a pu voir de très beaux couples de mariés en tenues traditionnelles et expérimenter la night-life de Melaka quand tous ses habitants et touristes se bousculent dans les rues étroites en quête de laksa (soupe de poisson épicée), poppiahs (genre de crêpe roulée aux légumes), curry mee (soupe de nouilles au curry, contenant tofu et boulettes de poisson) ou dim sum (petits beignets cuits à la vapeur). Dans un genre plutôt germanique (mes partenaires de marché de Noël me comprendront), on a aussi mangé des spirales de pommes de terre et des brochettes de fruits au chocolat ! Et tout ça sur fond de pop chinoise car l’Unesco avait eu la bonne idée d’organiser un festival de musique juste quand on y était.

Nous avons aussi profité de ces 4 jours passés à Melaka pour réserver nos vols pour Bornéo et l’Indonésie. Et ce ne fût pas une mince affaire !... Mais avant ça, direction Singapour !


Malacca non è piaciuta a nessuno dei viaggiatori con cui abbiamo parlato. A nessuno tranne Tiziano Terzani, che ne parla con entusiasmo in “Un indovino mi disse”, raccontandone le parti mistiche e magiche. Pensavamo quasi di saltare la tappa, ma non potevo mancare di rispetto a quel libro e a chi lo ha scritto.

Ci dicevano che Malacca è una città turistica, senza niente di speciale da mettere in mostra. È vero nel centro: quella che ora chiamano Melaka è il primo posto in Malesia dove troviamo bancarelle che espongono souvenir e artigianato in serie, mentre i trisciò iperguarniti subiscono volentierii l’arrembaggio dei figli arricchiti dei pirati singaporegni, in vacanza nel porto che la loro città stato ha condannato al declino commerciale. Il fatto è che a Malacca i punti più turistici son forse quelli più importanti, ma non quelli più interessanti. Nel centro restaurato e ridipinto i sono la sede del governo coloniale olandese, una chiesa e una piccola torre con un orologio, che approno la salita su di una collina con l’antica porta della fortezza portoghese e i resti di una chiesa portoghese. Le pietre tombali sono state sradicate e appoggiate ai muri della chiesa, per salvarne le fattezze dal calpestio dei turisti. Una ha un cuore scolpito edue ragazze giappolesi che ci si fanno fotografare davanti mentre fanno il gesto del cuore con le mani.

Probabilmente Malacca ci piace proprio perché abbiamo il tempo di uscire dal centro, sbrigare in fretta le cose che vanno viste e lasciarci prendere dal resto.

Arriviamo di notte, dopo un viaggio di una giornata fra treno e bus. Ed è il momento migliore per lasciare i centri commerciali della periferia ed entrare fra le luci gialle di Chinatown, che amplificano il colore delle facciate di abitazioni e magazzini. A Chinatown troviamo alloggio a casa di una famiglia indiana. Qui non è una contraddizione: nello stesso quartiere ci sono anche un tempio induista e una delle moschee più antiche della città. È normale in un posto in cui sono passati affaristi cinesi e scraricatori indiani, mercanti arabi e olandesi, soldati portoghesi e ammiragli inglesi. Anche nei porti di mare ogni tanto qualcuno decide di fermarsi sulla terraferma. E facendolo mescola i suoi geni con quelli di chi ci abita già da tempo. Così a Malacca c’è un quartiere dove abitano i discendenti dei coloni portoghesi, scuriti di pelle nei secoli, che mangiano il bacalhao con il nasi malese. Purtroppo non passiamo dalle loro parti, ma ci concediamo una camminata verso la periferia per visitare Kampung Citti, dove abitano da generazioni i primi indiani a mescolarsi con i malay. Entriamo da un cancello con due elefanti rosa (l’induismo deve aver influenzato Walt Disney) e ci sediamo davanti ad un tempio chiuso, con una dea che ci fa la lingua da sotto un paravento fatto da sette cobra. Fra tutta questa spiritualità sembra adatto mettersi a parlare di calcio con un locale, che ci spiega finalmente perché la maggior parte dei malesi tifa con trasporto per il Liverpool. Pare che più della dominazione inglese o dello sponsor singaporegno abbiano potuto Kenny Dalglish e Ian Rush.

Anche i cinesi, caso più unico che raro, si sono mescolati ai malay. La miscela è stata esplosiva e ne sono nati i Nonya o Perenakan, ricca casta di mercanti e uomini d’affari che ha riempito Malacca di case vistose in stile misto cinese, classico e britannico, con facciate colorate e floreali e porte da saloon. I nonya hanno lasciato anche una ricca cucina basata sul pesce e il riso. A Chinatown si trova tutto questo, oltre alle cineserie moderne del mercato del fine settimana, con dim sum ed elicotteri telecomandati, ciabatte bianche e blu con il marchio di Facebook e wurstel taiwanesi, massaggiatori e calderoni di tè, sempre le stesse due varietà: quello giallo che sa di crisantemo e quello nero, così amaro da sembrare inchiostro. E poi nella piazza in fondo ai viali c’è un festival musicale patrocinato dall’Unesco, che da anni si preoccupa dei templi e delle case dei mercanti nonya, ma non sembra disdegnare le cover di Eric Clapton e delle boy band di Pechino e Hong Kong.

Dopo portoghesi, olandesi e inglesi, sono ancora i cinesi a governare, imponendo le loro regole, come quelle del feng shui, che hanno fatto sì che gli speculatori edilizi risparmiassero la collina di Bukit China. A quanto pare la collina avrebbe avuto il ruolo di far respirare la città, anticipando di qualche secolo il concetto di “polmone verde”. Bukit China è un cimitero cinese, con tombe fatte a forma di 8, il sepolcro scavato nella parete della collina e una specie di giardinetto davanti. Noi ci camminiamo sotto una pioggia tropicale, chiedendoci dove si sia riparato il resto della città, affidando i suoi morti a noi soli e a Petit Poilu, che posa per fotografie dissacranti fra i monumenti funebri.

Sempre sotto la pioggia navighiamo verso il quartiere di Kampung Morten, un’ansa del fiume Malacca con le case della borghesia malay del secolo scorso. Ora le case in legno sono dipinte di colori sgargianti e vistosi, con giardini curati all’inverosimile, sparsi di soprammobili da giardino di gusto borderlàin. Una di queste case, Villa Sentosa, è aperta al pubblico, almeno quando la padrona ne ha voglia. Noi siamo fortunati e la troviamo disponibile ad interrompere le pulizie per regalarci qualche minuto di riparo dalla pioggia tropicale e mostrarci le sue stanze piene di memorabilia. L’architettura è semplice e funzionale, ma molto raffinata e intelligente, piena di aperture in punti strategici per far entrare la luce e quanta più brezza per moderare la calura. Le stanze più importanti sono sopraelevate su palafitte, alla base delle quali sono stati ricavati una cucina e un ripostiglio. Al centro c’è un corridoio scoperto, dove lasciamo le scarpe per entrare nelle altre stanze, mentre lei cidescrive le fotografie della sua famiglia nel suo inglese semplice e accentato: “my pater” e il Sarti-Burgnich-Facchetti dei fratelli: “Brother number 9 in the army, Brother number 11 in Singapore”. Suona il gong tre volte per salutarci e ci fa posare sul trono nuziale della stanza da matrimonio tipica delle case dei malay benestanti.

Sarà per la gentilezza del gestore del nostro ostello o per avere il tempo di esplorare le curiosità dei negozi cinesi (corredi da tè da dieci pezzi, pinne di squalo in formaldeide, fiori veri così pacchiani da sembrare finti, fiori finti che sembrano finti senza essere per forza pacchiani). Sarà più che altro per lo stress di organizzare i voli per il Borneo e l’Indonesia, finiamo per fermarci per quattro giorni, caricando d’attesa il passaggio della frontiera verso Singapore.

2 comments:

Seb said...

S'il n'y a pas de vin chaud à la cannelle, c'est pas un vrai marché de Noël ! Enfin, c'est pas Noël, aussi. C'est ptèt pour ça.

Anonymous said...

Que de choses inhabituelles: Melaka
fait rêver sans y être mais le style est si vivant qu'on ne peut que partager vos instants de joie,
de bonheur!!! Alors continuez çà nous régale.A plus, bisous.Mousspap