Rock’n Springroll in Jakarta

When? August 6-10
Pictures: JAVA - Jakarta
On the map: Point 20
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J’avoue avoir eu un petit coup au moral en quittant la Malaisie et ressenti une certaine appréhension concernant notre arrivée en Indonésie. Après tout, la Malaisie est le premier pays que nous avons visité en Asie du Sud-est et dont nous avons apprécié – sûrement aussi de par cet attachement particulier – chacune des facettes. Alors soudain Jakarta m’apparaissait comme un immense chaos, sombre, glauque et pollué, qui allait m’engloutir toute entière ! Plus très envie d’y aller.

Mais à peine sortis de l’avion, nous avons réalisé que Jakarta ne correspondait en rien à l’image diabolique que je lui avais attribuée avant même d’y avoir mis les pieds, son aéroport étant déjà bien plus moderne que ceux de Tachkent ou Dakar par exemple ! Puis une fois dans la navette nous menant dans le centre, je me serais pour ainsi dire cru à la maison, sur le périph entre St-Leu et la Défense, le visage collé à la vitre à regarder les voitures rouler de nuit… Impression confirmée lorsque les néons bleus et rouges d’un panneau Carrefour géant me sortirent avec amusement de ma rêverie ! Jakarta ou des réminiscences de France, c’est bien la dernière chose à laquelle je me serais attendue.


Jalan Jaksa était notre destination, la rue des voyageurs où sont rassemblées la quasi-totalité des guest-houses de la ville. Une rue où presque chaque visage est jeune et blanc et où presque chaque resto ou bar propose un menu occidental et la Wifi. Nous y allions d’ailleurs pour ça mais avons continué de manger local (au point même de gouter le gudeg, un plat typique à base de purée de jackfruit et de peau de vache bouillie). C’est (souvent) bien meilleur et bien moins cher ! Toujours dans cet esprit, nous avions choisi de loger chez l’habitant, mais c’était sans compter qu’en période de Ramadan, ce gentil monsieur et tous ses autres clients musulmans débutaient leur journée en pleine nuit. Je vous laisse imaginer le remue-ménage nocturne et Marco s’égosiller ''Sono le 4 e mezzo, porca puttana !!'' Le lendemain nous changions donc pour une guest-house aux couleurs un tantinet moins locales.

Ce qui nous a frappé en arrivant à Jakarta, c’est de trouver à nouveau des mendiants dans les rues. Absents des trottoirs malaisiens, on sent tout de suite que l’Indonésie est plus pauvre que son pays voisin. Tout est relativement plus décrépi et plus bondé, et la roupie indonésienne a nettement moins de valeur que son cousin le ringgit (11000 roupies = 1€). La ville est un monstre de trafic ; mobylettes, voitures, bus, minibus, vélos, bajajs (les tuk-tuks indonésiens), charrettes et même quelques piétons se bousculent dans un va-et-vient constant, où il est impossible de traverser sans soit y passer plus de 10 minutes, soit y perdre la vie ! Au choix. Autre changement de taille à noter : la Malaisie est à la dance music ce que Java est au rock’n roll ! Partout des d’jeuns portent des t-shirts arborant des groupes de rock divers et arpentent les rues, abords de resto, autobus ou places touristiques, guitare ou ukulélé à la main, dans l’espoir de récolter quelques billets. Ce n’est pas pour nous déplaire, si ce n’est qu’on croisait perpétuellement les mêmes gosses lancinant encore et encore les mêmes chansons ! Mau dibawa kemana hubungan kita…

Les présentations générales étant faites, je vous emmène maintenant faire un p’tit tour dans la ville : à Kota, le vieux centre historique aux inspirations hollandaises ; à travers les rues mouillées de Pasar Ikan (marché de poissons) et son village flottant ; au port actif et emblématique de Sunda Kelapa ; au cœur du quartier chinois de Glodok et ses ruelles animées ; sur la place de la Liberté et au sommet de Monas, le monument national érigé par Sukarno. À sa base réside le Musée d’histoire nationale qui documente de manière très insistante la période de colonisation hollandaise et très peu celle de Suharto… bizarre bizarre. Non loin de ce décor est plantée une mosquée gigantesque faisant face à une cathédrale aux deux tours gothiques aiguisées. Le tout entouré de grosses artères infranchissables à pieds et baignant dans une odeur appétissante de nouilles sautées…. Mmh qui veut un bon Teh Botol ?


Alla fine l’arrivo in Indonesia non è lo shock che ci aspettavamo. All’uscita dall’aeroporto non veniamo assaliti dai tassisti e l’autobus per il centro è facile da trovare.

Troviamo una stanza in una vecchia casa con splendidi interni in legno massiccio. Il problema è che il legno massiccio è tutto sui corridoi: nella nostra stanza troviamo solo un letto duro e un ventilatore arrugginito su un linoleum sbrindellato, il tutto coperto da qualche centimetro di polvere. L’anziano gestore deve essere rimasto vedovo da poco.

Per di più, dopo aver spolverato il lenzuolo, dobbiamo fronteggiare manipoli di acari decisi a non perdere terreno. Ma la notte non dura a lungo, perché verso le 3.30 gli inquilini della stanza di fianco si svegliano, fanno colazione, puliscono la stanza usando i battiscopa per quello da cui prendono il nome, mentre discutono di qualcosa che sembra stargli molto a cuore. Alle 4 poi Allah accende gli altoparlanti e per tre ore si svena per convincerci di quanto sia grande e magnanimo. Gli indonesiani sono mattinieri. Anzi, come ci confermerà più avanti qualcuno che li conosce bene, tendono a dormire a scampoli, dove capita, mai più di tre ore consecutive. Questa è una cosa alla quale faremo fatica ad abituarci.

La loro capitale è una città eterogenea. C’è il centro dell’antica Batavia, la città coloniale olandese, con un’enorme piazza d’armi ed edifici che potresti trovare a Leida o Tilburg. Sulla piazza c’è perfino chi noleggia biciclette. È probabile che questa sia l’unica zona in cui é possibile spostarsi in bicicletta, ma nell’era di Facebook l’importante non è pedalare, ma farsi fotografare con il casco da esploratore intonato alla bicicletta. Il quartiere coloniale dovrebbe essere una piccola Amsterdam (cfr. Lonely Planet), se non fosse per i bambini che si arrampicano sulle palme lungo i canali per far cadere le noci di cocco e bere il latte fresco. Inoltre, il più antico dei ponti è chiuso perché rischia di crollare. Franare nell’olezzo delle acque verdi è una prospettiva abbastanza allarmante, cosí preferiamo fare il giro lungo e cercare un mezzo per raggiungere il porto.

I trasporti rispecchiano una città in evoluzione. Ci sono i pullmini fumosi con la livrea personalizzata (di solito con i colori di qualche squadra inglese o spagnola), ma per capire dove vadano bisogna essere nati da queste parti. E poi c’è la nuova linea che va dalla zona commerciale al centro, con autobus moderni, aria condizionata e due controllori per mezzo che ti spiegano dove ti devi fermare o dove cambiare. Hanno una corsia riservata e tutte le fermate sono coperte e aerate. Poi ci sarebbero anche i tram, che in realtà sono treni e sono disponibili in diverse combinazioni di classi, con o senza aria condizionata, rapido, lento, espresso, ognuno con fermate diverse. Considerando anchele varie tipologie di taxi, su due, tre o quattro ruote, a motore o a pedali, ci vogliono ore per capire quale mezzo convenga prendere e giornate per scoprire orari e destinazioni. La cosa più semplice da fare è vivere il traffico in 3D sui bajaj, degli apecar arancioni che si spostano alla velocità della luce fra motorini e camionette.


Il centro amministrativo è un universo a parte. Un parco quadrato di un chilometro per lato, con al centro una colonna con un punto panoramico che è il modo più semplice per osservare il centro senza rischiare di essere arrotati. Attraversare a piedi i larghi boulevard della zona amministrativa non è che un inutile bagno di adrenalina e dopo un’ora di tentativi ci rendiamo conto di aver percorso meno di 200 metri. Molto più divertente è scendere alla base della colonna e visitare la serie di diorami che illustrano una versione eroica e censurata della storia dell’Indonesia, piena di rivolte contro gli olandesi e priva di Suharto, dove Timor Est si è gioiosamente unita alla nazione senza mai richiedere o ottenere l’indipendenza.

I quartieri che preferiamo sono quelli dei mercati, dove le macchine non riescono a passare fra la folla. Ci sono mercati ovunque a Giacarta: in quello sulle strade lastricate di Chinatown compriamo frutta, penne, rasoi usa e getta e un meraviglioso pigiama con Snoopy per Aurélie, poi passiamo per caso nel mercato dei ricambi per motori, una via lunga un chilometro piena di gomme e carburatori. In periferia si trovano quartieri interi con macchine fotografiche che forse contengono i proverbiali mattoni, o forse no e vestiti delle firme più in voga, come Gucci, Calvin Klein e Manchester United. C’è il mercato dei mobili, con spianate di sedie di vimini e quello d’antiquariato. L’oggetto del momento sembra essere la mascherina antismog personalizzata, con la faccia dell’Uomo Ragno o la S di Superman, la bandiera dei pirati oppure ancora Gucci, Calvin Klein, Manchester United. In effetti l’aria che tira è proprio quella di una città moderna.

Ma la vera passione degli indonesiani è la musica. Non parlo di ritmi tradizionali suonati con strumenti ricavati da noci di cocco, ma del buon vecchio rock and roll. In versione locale. Per le vie del centro i giovani indossano giacconi con le borchie e ascoltano alla radio le stesse canzoni rock in indonesiano che si sentono anche nei negozi e nei locali. Ragazzi con la chitarra, a volte in gruppo e a volte soli si spostano fra i tavoli dei ristoranti di strada e salgono sugli autobus. Tutti allungano qualche centinaio di rupie e qualcuno ogni tanto si unisce al coro, per mezzo verso, sottovoce. La hit del momento, “Mau dibawa kemana” degli Armada, suona molto meglio live su strada che nella versione ufficiale.

4 comments:

Anonymous said...

lJakarta la belle, un monde inoui et tout beau, église ancienne et mosquée, un monde à part et plein de photos, bon vent.

Seb said...

C'est étonnant de savoir que vous êtes en Australie depuis des lustres et de lire ces récits qui devraient nous ramener quelques mois en arrière... et pourtant, non : on les lit comme si c'était ici, et maintenant. Encore !

Marquélie said...

Merci, c'est gentil de nous encourager comme ca :)

Seb said...

De rien ! Quand on a un peu voyagé hors des sentiers battus, on sait ce que c'est de savoir que là-bas, à des milliers de kilomètres, quelqu'un nous suit attentivement en posant le doigt sur la carte et en guettant le prochain message... ;)

(même s'il met 3 plombes à y répondre...)