Super balèze, super balinaise !

When? August 17-21
Pictures: BALi - East
On the map: Point 23

Spostarsi verso l’interno di Bali significa salire in quota, con le risaie a gradoni che trasformano il paesaggio in un rilievo altimetrico. Per raggiungere Tirta Gangga dobbiamo prendere un taxi, perché sembra che nessun bemo vada in quella direzione. Se chiedi ai balinesi, loro ci vanno in motorino, anche se non è chiaro come faccia chi il motorino non ce l’ha. Imbottigliati nel traffico dietro a diversi cortei funebri, il tassista ci racconta della sua famiglia. Paga la retta della scuola dei figli di giorno in giorno, perché altrimenti non ce la farebbe. Nei periodi di magra non paga per qualche giorno, ma quando ci sono i turisti tutto va bene.

Tirta Gangga ha la tranquillità che cercavo. È un paese minuscolo, sulle pendici basse del vulcano Agung, che non abbiamo ancora visto, perché attrae attorno a sé tutte le nuvole dell’isola. Il villaggio prende il nome da un antico palazzo con un giardino d’acqua arioso e suggestivo, che si gonfia di turisti intorno alle 10 e di nuovo verso le 4, quando passano le visite guidate. Quando il palazzo è chiuso siamo solo noi e una cinquantina di abitanti. Dormiamo soli o quasi in una specie di villaggio turistico deserto, piuttosto spartano, ma con vista direttamente sul giardino del palazzo.

Il primo giorno, verso sera, scendiamo a piedi lungo le risaie e i banani. Appena ci giriamo per tornare indietro rimaniamo sorpresi a vedere per la prima volta la cima tagliata del vulcano, a più di 3000 metri, cosí grande che sembra sporgersi su di noi. Ci fa venir voglia di scalarlo.

Lo facciamo il giorno dopo, con partenza a mezzanotte in punto, per evitare il calore del giorno e perché solo all’alba e al tramonto la cima è libera dalle nubi. Il proprietario di un ristorante del villaggio ha organizzato per noi trasporto e guida. Ci infila in un bemo che per due ore ci shakera su strade sconnesse. Sulla via le uniche luci sono quelle del mercato a Selat: è l’una e mezza ed è la conferma che qui non si dorme mai.

Alle 2 arriviamo alla partenza dell’escursione, intontiti dal sonno e dai sobbalzi. Ci viene incontro una ragazza avvolta in una giacca da sci: si chiama Nyoman, come tutti i primigeniti balinesi, maschi e femmine, ed è la nostra guida. Passiamo attraverso il tempio da cui cominciano le scalate, per chiedere una spinta agli dei. La luna non c’è, nella foresta è buio pesto. Aurélie non si sente bene, probabilmente una congestione. L’impresa è già a rischio poco dopo la partenza: scoraggiati, ci fermiamo per una pausa, anche se preferiremmo quasi camminare per tenerci caldi. Mangiamo mandarini e Kopiko, caramelle al caffè. Nyoman accende un bastoncino di incenso per Ganesh e da allora la proboscide del dio elefante ci spinge in alto.

Usciamo al limite del bosco e al buio sembra di scalare un cratere lunare. Camminiamo su rocce che franano: per ogni due passi in salita, scivoliamo di uno in discesa, ma la cresta è là e come spesso succede in montagna, ci dà coraggio sembrando più vicina di quello che è. Incontriamo altri turisti, uno è un ragazzo tedesco che si trascina dietro lo zaino con tutti i suoi averi. Affronta il suo Calvario come un Gesù tedesco, in tenuta da trekking. Alle 5 siamo sulla cima, seduti fra una decina di altri turisti. Le guide hanno acceso un fuoco che ci scalda e getta luce sul burrone profondo del cratere, giusto ai nostri piedi.
Il sole sale lentissimo, mettendo gradualmente in evidenza un brufolo nero che interrompe la linea perfetta dell’orizzonte. È Rinjani, il vulcano che tiene l’isola di Lombok sollevata dal mare, alto quasi 4000 metri.

Quando spunta il sole vediamo quello che in salita avevamo solo toccato. La roccia piena di crepacci, il bosco, il tempio, molto più lontano di quanto credessi. L’isola è uno zerbino verde, metà al sole e metà all’ombra di Agung, due zone separate di netto da una linea che parte dai nostri piedi.

Con addosso il peso del sonno, la discesa è più faticosa della salita, fra antiche colate di lava solidificata come cera grumosa e alberi bassi di tamarindo. Poi ci addormentiamo sulle assi che fanno da sedili posteriori sul bemo e di nuovo, definitivamente, appena ritroviamo la nostra stanza. Quando ci svegliamo è ora di cena.


Il giorno dopo siamo pigri e ci avviamo solo verso mezzogiorno. Affittiamo un motorino in paese, giusto per vedere il palazzo di Taman Ujung, con un giardino spazioso pieno di piante e giochi d’acqua e una vista sul mare a poche centinaia di metri.

All’uscita decidiamo di raggiungere il mare e poi tornare indietro. Ma il mare non sembra accessibile dalla strada e una forza inconscia ci spinge avanti, anche se abbiamo lasciato la mappa all’albergo e abbiamo un’idea molto vaga della via da seguire. La qualità del manto stradale deteriora progressivamente, mentre passiamo attraverso villaggi di due o tre case sparse. Decidiamo di tornare a Tirta Gangga lungo un circuito che passa per Amed, per non dover tornare indietro sulla stessa strada.

Per arrivare al mare ci concediamo una deviazione che ci fa scendere bruscamente di quota su strade di sassi. In fondo troviamo un’atmosfera strana. C’è un villaggio disordinato, con decine di ragazzi che ci circondano e ci chiedono con insistenza di dargli i nostri orologi. Per la prima volta in tutto il viaggio non mi sento a mio agio finché non ripartiamo.

Siamo ormai quasi a secco quando troviamo una baracca dove possiamo comprare una bottiglia con un litro di miscela. Ci spiegano che Amed è a 20 km e Tirta Gangga a 40. È quasi notte. Ormai sappiamo che sarebbe più breve tornare indietro, ma abbiamo già percorso tutta questa strada... Così tiriamo dritto sulla serpentina di strada senza luci che segue la costa.

Amed è isolata da tutto il resto, le prime luci nella notte dopo un lungo tratto di oscurità. Ci vuole un po’ prima che qualcuno riesca a spiegarci chiaramente come proseguire per Tirta Gangga. Quando otteniamo le nostre informazioni, compriamo un altro prezioso litro di miscela e percorriamo la via scura e fredda con le mani e i piedi nudi intorpiditi, senza dirci una parola. Raggiungiamo Tirta Gangga propio quando cominciamo a dubitare di essere sulla strada giusta. Le luci delle case sono ormai spente e quasi manchiamo il villaggio.

Ora è davvero il momento di abbassare il ritmo. Per il prossimo paio di giorni solo camminate fra le risaie, buoni libri sulla veranda e giro dei warung del paese, dove ormai ci conoscono tutti.


C’est à Ubud, et avec un petit nœud à l’estomac, que nous avons dit au revoir à mes parents, leur souhaitant bon vent pour la suite de leur voyage. Ils mettaient le cap vers l’est, et nous aussi sans encore trop savoir où aller. Je ne voulais pas quitter Bali trop tôt, avant d’en avoir fait un petit tour, mais je ne voulais pas non plus y rester trop longtemps au vu de toutes les autres îles indonésiennes qui nous attendaient ! Le paradoxe Lilou. Après maintes réflexions et revirements logistiques (via Padangbai), nous décidions d’aller à Tirta Gangga, un lieu-dit dans les hauteurs de Bali, planqué à l’ombre du géant Agung. Une cachette dans les rizières, loin de la foule. Hormis le magnifique jardin d’eau qu’il renferme et qui attire les bus de touristes durant la journée, Tirta Gangga consiste en une rue unique où sont plantés deux, trois guest-houses et warungs, et quelques huttes et maisons dans les environs. Le soir venu, le jardin se désemplit, faisant place aux Balinais qui viennent y prendre leur bain ; les touristes repartent d’où ils sont venus ; les vendeurs de souvenirs et de fausses monnaies remballent leur barda ; et tout redevient calme. Nous laissant seuls, contemplatifs, devant notre assiette de nasi ou mie goreng (riz et nouilles sautés), à écouter les hommes du village jouer de la guitare.

C’est à la tombée du jour, lors d’une promenade dans les champs alentour, qu’il s’impose à nous pour la première fois, ce colosse de 3142m : Gunung Agung, le volcan sacré de Bali. Immédiatement envoûtée, je n’ai plus qu’une idée en tête : escalader son museau coûte que coûte ! Serait-ce ma revanche envers Mont Kinabalu ? Je ne sais pas et je ne me pose pas la question, déjà trop occupée à convaincre Marco de rester quelques jours de plus et à trouver un guide pas trop cher.

Une fois le deal arrangé, nous partons pour Amlapura, la ville la plus proche, pour retirer des sous. Pas de distrib dans notre planque dans les rizières. Nous en profitons alors pour faire un tour au marché et visiter quelques palais de la période Karangasem, royaume balinais soutenu par les Hollandais aux 19e et 20e siècles. Je goûte mon premier nasi lontong (riz cuit dans une feuille de bananier) dont je raffole littéralement. Ce déplacement implique encore de prendre plusieurs bémos et nous devenons experts en négociations ! Une fois rentrés au bercail, nous nous reposons un peu en prévision de la nuit qui nous attend…

… Et pour cause, notre trek sur Agung débute en pleine nuit ! (Ce qui nous semble encore exotique deviendra bientôt la norme en Indonésie : faire l’ascension des volcans de nuit afin de voir les superbes levers de soleil du sommet.) Après être montés à bord du bémo venu nous chercher, emmitouflés dans nos blousons, nous tentons de trouver une position adéquate pour dormir, mais c’est peine perdue. La route est une succession de courbes et ma tête bringuebale dans tous les sens, heurtant la vitre de manière continue. Quant au bémo – pour les non-initiés, il s’agit d’un drôle d’engin où il ne fait pas bon rester trop longtemps. L’intérieur est si bas et étroit que Marco se cogne la tête au plafond et nos fesses tiennent à peine sur les bancs. De plus, la porte ne ferme pas, ce qui crée de gros courants d’air à cette heure tardive (et fraîche) de la nuit. Autant dire qu’à ce moment-là notre enthousiasme est plus que modéré.


À mi-chemin, nous passons par Selat où ce qui ressemble à un marché de nuit bat son plein. Nous baragouinons alors quelques mots de Bahasa Indonesia à notre chauffeur lui demandant ce qui se passe et cette tentative a plutôt l’air de lui faire plaisir car il passe le reste du trajet à nous enchaîner dans sa langue. Euh comment lui dire qu’il n’est que 2h du mat là ?! Lorsque nous arrivons enfin au pied du volcan, le trek n’a pas commencé que nous sommes déjà morts. Heureusement, le grand sourire expressif de Nyoman, notre petite guide balinaise, est contagieux, et une fois nos lacets et frontales ajustés, nous nous élançons dans l’obscurité…

Les premiers pas sont difficiles, les mollets tirent, puis très vite mon corps ne suit plus du tout. J’ai chaud puis froid, me sens faible et nauséeuse. Je crois que je n’avais pas réalisé l’effort que cela impliquait sans avoir une bonne nuit de sommeil juste derrière moi. Je finis par vomir sur les pentes du volcan, mais pas question de faire marche arrière, je la veux mon ascension ! Nyoman me donne des bananes et des clémentines pour que je reprenne des forces, puis elle allume un encens en marque de respect au volcan (ou est-ce peut-être pour excuser ce que je viens de faire ?). Finalement, le seul moyen d’arriver au sommet est de ne plus penser à rien et de juste regarder devant moi. Trois heures plus tard, nous y arrivions enfin pour assister à quelque chose de magique. Une ligne d’horizon bleue… violette… rouge… orange, de laquelle émerge un gros rond jaune tout chaud. Nous avions si froid que nous l’accueillons avec béatitude. J’ai alors l’impression d’avoir le Monde à mes pieds et d’avoir réalisé quelque chose de grand (pour mes p’tites gambettes !). Le sentiment (exquis) que l’être humain peut se surpasser quand il le veut vraiment. Nous dévorons quelques gâteaux ou nouilles chinoises assortis d’une boisson chaude ; les guides s’agenouillent à tour de rôle devant une petite statuette de Sai Baba (aussi surprenant que cela puisse paraître, il y a des offrandes jusque là-haut !), et c’est déjà l’heure de redescendre…

Lorsque nous retrouvons enfin notre chambre d’hôtel, nous y restons jusqu’au lendemain matin. Nous sommes KO. Mais le surlendemain, ayant repris du poil de la bête, je veux voir tout ce que nous n’avons encore pas vu ! Nous partons nous balader dans les rizières alentour, encore plus belles que celles vues précédemment à Ubud. Géométrie variable et dégradés de vert, paille et bleu ciel. Puis, nous louons un scooter pour faire une boucle le long de la côte et passons devant de nouvelles petites merveilles, comme le palais d’eau d’Ujung et d’autres villages perchés dans les collines. Toutefois, ce qui aurait pu être agréable devient vite un enfer car nous avons omis de prendre une carte et la topographie des routes s’annonce être bien différente de ce que nous avions imaginé. Les distances aussi ! Le bitume (quand il y en a) est défoncé par endroit, la route caillouteuse ou en terre battue, et le scooter peine à rester droit, ce qui a l’air de beaucoup amuser les gamins du coin. La nuit tombe vite, nous n’avons plus le temps de traîner. Nous virevoltons alors à grande vitesse dans le vent glacial, sous un plafond d’étoiles scintillantes, et malgré tout je ne peux m’empêcher de sourire.

3 comments:

Anonymous said...

salut lilou

juste pour dire que leti a accouché hier soir(mardi 27)!!!!
biz à vs 2
sandrine

Marquélie said...

WHAAAAAAT???

Seb said...

Peut-être l'un des plus beaux articles de votre blog... Magique. Envoûtant. Étoilé. Merci pour ces instants partagés, ils ne sont pas tombés dans l'escarcelle d'un impie.