Mighty Rinjani

When? August 24-26
Pictures: LOMBOK - Rinjani
On the map: Point 25

La scalata del vulcano Rinjani è uno dei ricordi più belli dei nostri mesi in Asia. Lo immaginiamo già prima di partire per l’escursione, eppure siamo agitati, perché sappiamo che questo ricordo dovremo guadagnarcelo con fatica, e che non è sicuro che riusciremo ad arrivare in cima.

L’impresa comincia con Allah che ci sveglia alle 4 di notte e due ore di autobus. A me tocca sedere sul pavimento perché nel gruppo c’è una persona in più del massimo stabilito. Tutti dormono, tranne me, che osservo il nero senza luci dell’entroterra di Lombok sputando di tanto in tanto bestemmie rivolte a diverse divinità mono e politeiste.

Prima di partire per la camminata, un indonesiano chiamato Hartmut Krueger ci spiega il programma che ci attende, e sarebbe quasi meglio non lo facesse: “È solo quando crederete di essere quasi arrivati che comincerete veramente a sputare sangue”. Comunque ormai ci siamo dentro e i primi passi sono pieni di entusiasmo, fra campi di banani e cacao. Nel gruppo siamo in 15: olandesi, tedeschi, francesi e inglesi. Io sono l’unico a non avere nessun altro con cui parlare la mia lingua, ma ormai ci sono abituato. E comunque la salita colpisce i polmoni e nessuno ha voglia di chiacchierare: anche durante le poche pause siamo troppo stanchi per andare oltre i sorrisi.

La guida si presenta durante la prima pausa, raccontandoci di quando lavorava nelle piantagioni di gomma in Malesia. Per poter tornare in Indonesia pare abbia dovuto rapinare dieci colleghi cingalesi, minacciandoli con il machete. Non serve credergli per trovarlo un buon narratore. E ad impressionarci basta il fatto che abbia intenzione di scalare la montagna in ciabatte di plastica, carburando a forza di kretek, i sigaretti aromatizzati con chiodi di garofano che costituiscono parte fondamentale della dieta del maschio indonesiano.

Da qui si comincia a salire davvero, affondando nella sabbia vulcanica, fatta di polvere finissima che non lascerà mai più le mie scarpe. Gli unici a non sprofondare nella polvere sono i portantini, anche loro in ciabatte, che ci superano correndo. Poi, appena li perdiamo di vista, si fermano per fumare un kretek e li raggiungiamo di nuovo. Ma il loro sforzo è comunque impressionante, condiderando che oguno porta due pesanti ceste piene di viveri e tende, appese ai lati di un pesante bastone di legno.

Al tramonto siamo già in alto, su un crinale coperto di erba secca, che sembra galleggiare fra le nuvole. Appena scende la notte le folate di vento gelido bussano alla porta delle nostre tende. Noi non apriamo, ma il gelo entra lo stesso. La mattina dopo ci riscaldiamo a forza di muscoli, mentre saliamo fino a trovarci davanti ad un miraggio: la parete di polvere ed erba secca si apre in un cratere con pareti coperte di pini, che scendono a picco in un lago turchese con un diametro di diversi chilometri. Al centro emerge un altro vulcano più piccolo, con una colonna di fumo che si alza dalla cima: è come trovare un mondo dentro un altro mondo, forse la riserva degli ultimi dinosauri. Noi dovremo scendere verso il lago e salire di nuovo, verso il punto più alto del cratere. Vedendolo là, sul lato opposto, sembra impossibile pensare di poterci arrivare in 24 ore. Così qualcuno abbandona già l’impresa, mentre noialtri scendiamo verso il lago, scegliendo con attenzione le rocce su cui appoggiare i piedi. Vorremmo evitare di fare la fine di quel turista francese che qualche anno fa qui ha trovato un paradiso tutt’altro che metaforico.

Durante la discesa il vento è freddo e il sole, quando appare fra i pini, arrostisce senza scaldare. Arriviamo alla riva del lago sfiniti e infreddoliti, ma stavolta abbiamo diritto a qualche minuto di sollievo. La guida ci indica una parete dalla quale sale un fumo vaporoso. Dietro troviamo una sorgente di acqua sulfurea color verde smeraldo. Per un’ora rimaniamo a bagno nell’acqua bollente, senza preoccuparci di quello che ci aspetta. In effetti è qui che comincia la parte veramente dura. Il pomeriggio passa mentre risaliamo una parete ripida e nuda, senza riparo dalle frustate sadiche dei raggi del sole. Il gruppo si sfrangia: gli atleti scattano, per poi fermarsi ogni ora ad aspettare impazienti chi come noi ha scelto l’approccio turistico.

Verso sera arriviamo ai piedi della cima più alta del cratere. Troviamo un campo pieno di tende già montate, in mezzo alla ghiaia nera e calda sputata dal vulcano. Andiamo a letto subito dopo cena: dovremo alzarci alle 2 di notte per vedere l’alba sulla cima e tornare a valle prima della sera seguente. Al temuto risveglio abbiamo già perso quattro componenti, impietriti dal gelo o arresi fra le braccia di Morfeo. Meglio così, scopriamo: non ci sarebbero state abbastanza torce per tutti.

Intanto abbiamo già mezz’ora di ritardo. Siamo tutti pronti tranne la guida, che pare abbia fatto baldoria con i colleghi e non abbia sentito la sveglia. Saliamo alla luce delle torce lungo un canalone scavato nella sabbia e dopo un’ora incontriamo il bordo del cratere. Dovremo seguirlo fino alla cima, che a questo punto sembra vicinissima. È un crinale stretto e sassoso, come un ponte fra due abissi nascosti nella notte. Qui cominciano le tragedie. Perdiamo anche il terzo dei quattro olandesi, mentre la sua ragazza resiste arrancando nelle retrovie. Poco dopo la guida comincia a cantare ad alta voce canzoni di Bob Marley: dieci minuti dopo stramazza al suolo, riparandosi sotto una pietra.

Il gruppo autogestito prosegue scaglionato, diviso fra chi ci tiene a vedere l’alba dalla cima e chi come noi preferisce arrivare vivo. L’ultima parte, quella famosa in cui dovremo sputare sangue, comincia un’ora dopo, con la cima che sembra là a pochi metri. È una ripida ascesa fra la ghiaia che cede di due passi ogni tre che ne fai. In più l’altitudine taglia il fiato: ogni cinque passi (meno tre per la ghiaia) dobbiamo fermarci mezzo minuto a rifiatare.

Questi ultimi metri durano un’ora e mezza, mentre alla nostra destra si materializza di nuovo il lago in fondo al cratere, centinaia di metri più in basso, e a sinistra una vista impressionante sulla parete che scende verso la pianura, il mare, l’intera parte settentrionale dell’isola di Lombok, con le tre isole Gili. E da lontano ci saluta anche il nostro amico Agung, giusto un triangolo d’ombra che interrompe il diagramma piatto dell’orizzonte. Ancora una breve scalata sulle rocce che sostengono la cima e ce l’abbiamo fatta, pesanti e leggeri, con l’intera isola ai nostri piedi e nuovi crateri fumanti che appaiono da dietro le nostre spalle. A proposito, ci dicono, le vedi quelle luci là in basso, lontane in pianura? È là che dovremo arrivare, questo pomeriggio. Ed è qui che ci rendiamo conto che la missione non è ancora compiuta.

In effetti scendere una montagna può essere più faticoso che scalarla. All’inizio è tutto facile, basta scivolare sulle rocce che cedono, ma poi quando lo strato di sabbia si fa più sottile rischiamo di continuo di cadere sul fondo più solido. Siamo già distrutti quando arriviamo al campo e ci uniamo a chi è già tornato e chi si è appena alzato. Ed è solo l’inizio, perché la fatica comincia qui. Si tratta prima di tutto di scendere a capofitto lungo un sentiero così scosceso che sembra più il percorso di una frana. Attorno a noi il nero dei carboni di una foresta bruciata dai mozziconi dei kretek buttati fra l’erba secca. Poi raggiungiamo il letto di un fiume, che seguiamo da lontano su prati verdi, salendo e scendendo da piccole colline. In lontananza, come una tortura, continuiamo a vedere la meta, che sembra sempre più lontana.

Arriviamo solo verso la fine del pomeriggio, dopo aver perso altri membri in balia delle vesciche. Raggiungiamo il villaggio facendoci strada fra i campi di peperoncino e ci dirigiamo direttamente verso una capanna di legno dove possiamo comprare biscotti e cocacola. Solo qui, o meglio, sul cassone del pickup che ci riporta al punto di partenza, cominciamo gradualmente a sentirci soddisfatti. Per la prima volta scherziamo tutti insieme, proviamo a conoscerci meglio, finalmente liberi dal nervosismo di un’impresa che fino all’ultimo non eravamo sicuri di poter portare a termine.


Gunung Rinjani était à lui seul la raison de notre venue sur Lombok. Quelques mois auparavant, à l’heure des préparatifs du voyage, j’avais ouvert notre Lonely Planet à la page des volcans à ne pas manquer et je me souviens que mes petits yeux européens non-habitués à un tel panorama s’étaient écarquillés devant tant de beauté. ''Marco, we need to see that'', avais-je alors dit. Seulement, ce que je ne savais pas, c’est que le seul moyen d’atteindre ce géant culminant à plus de 3700m est d’en passer par un trek de 3 jours. Après le semi-fiasco d’Agung, je me demandais s’il était bien raisonnable de me lancer à nouveau sur les pistes d’un volcan…. pour TROIS jours ! Mais l’envie l’emportant vite sur la raison, c’est armés de litres d’huile de coude et de genoux bien ficelés que nous embarquions à bord du minibus venu nous chercher devant notre hôtel.

5h du matin. L’esprit encore embrumé, mais il ne nous faut pas longtemps pour réaliser que l’organisation du trek est un peu foireuse : un siège manque dans le minibus, contraignant Marco (qui en bon gentleman me laissa la dernière place assise) à passer deux heures tassé à mes pieds ! Avec l’intention de lui crier toute notre rage en arrivant – mais nous ravisant finalement, c’est entre les mains du gourou de Rinjani que nous passons ensuite. Celui qui détient le monopole de toutes les excursions et activités ayant lieu dans le parc national du volcan, le ci-nommé Hardy Kruger (il faut sûrement avoir un peu de sang allemand pour se lancer dans l’industrie du trekking, non ?) Après un petit-déjeuner-pancake et un speech contenant un mot dans la langue de chacun des participants (le p’tit truc marketing qui marche à tous les coups, ou pas…), nous nous lançons enfin à l’assaut du volcan !

[Il est ironique de constater que le speech en question appuyait sur l’importance de la sécurité quand on sait que les groupes formés n’étaient pas de 8, comme prévu, mais de 15, et que notre guide portait Converses aux pieds, casque stéréo sur les oreilles et clope-sur-clope au bec ! Selon lui, la cigarette est son élément moteur, et c’est lors d’une tentative pour arrêter de fumer qu’il avait réalisé qu’il manquait de souffle sans. C’est alors bien malgré lui et pour raisons professionnelles qu’il avait dû reprendre ! Voilà donc le drôle d’oiseau qui allait nous guider pendant ces trois jours, Nyoman, même prénom mais un autre genre que notre petite guide d’Agung. (Dans la tradition balinaise, les prénoms n’indiquent pas le sexe de l’enfant mais l’ordre de naissance. Wayan est le nom du 1er enfant, Made du 2nd, Nyoman du 3ème et Ketut du 4ème, fille et garçon confondus.) M’enfin, je vous dirais qu’au final tout ça n’était pas bien grave, et que comme les lamentations ont tendance à rapprocher les gens, nous avons formé un joyeux groupe de marcheurs-ronchonneurs.]

Le premier jour, nous couvrons un dénivelé de presque 2000m, dont la quasi-totalité dans la forêt, sans aucune ouverture à travers les arbres. Bien que sans grand intérêt, cette partie du parcours a au moins la vertu de nous échauffer les mollets sans trop les endommager. La cadence est plutôt soutenue, mais pas excessive, et des pauses régulières nous permettent de récupérer tranquillement – dont un déjeuner royal aux antipodes des pique-nique-sandwich à l’européenne. En Indonésie, on sort les marmites en toutes occasions pour cuisiner les nouilles et les légumes al dente ! Autour de nous, toute une clique de porteurs se charge du matériel : tentes, sacs de couchage, litres et litres d’eau, provisions et gamelles sont placés à califourchon dans des paniers leur saignant l’épaule. Les voir cavaler en tongs, chargés comme des mulets, a quelque chose d’irréel et de révoltant, et laisse une inconfortable sensation de colonialisme ou de tourisme supérieur. Je me rassure en me disant que c’est sûrement une chance pour eux d’avoir ce travail (mouais, oui, non ?…) [Je vous avouerais quand même que je n’aurais jamais pu faire cette expédition si j’avais dû porter tout ce barda toute seule !]


En fin de journée, une fois la cime des arbres dépassée et la tête sortie hors du brouillard, nous découvrons finalement un grand ciel bleu et le paysage digne d’un Village dans les nuages. Avec Gunung Agung pointant du nez à l’horizon couchant, c’est l’emplacement rêvé pour monter notre camp. Après un bon feu pour nous réchauffer, c’est bien emmitouflés sous la tente que nous éteignons nos frontales et rejoignons Morphée.

6h du matin. Malgré l’effort, le froid et le réveil très matinal, il nous suffit de regarder autour de nous pour nous sentir immédiatement requinqués, chaque vue agissant en puissant agent motivateur. Mais c’est surtout après quelques minutes de marche en ce deuxième jour de trek que nous découvrons de quoi il retourne vraiment. Un décor surréel entoure Rinjani, qui, du haut de ses 3726m, est le deuxième volcan le plus élevé d’Indonésie. Les éruptions qui l’ont animé durant ces deux derniers siècles (la dernière étant en 2010) ont créé une caldeira de 8 km sur 6, remplie aujourd’hui d’un lac de cratère turquoise profond. En son centre s’est formé un cône volcanique hautement actif qui, lors de chaque nouvelle éruption, dessine des langues de lave ondulées autour du lac. Après avoir largement dévoré des yeux ce sublime panorama et pris 3 millions de photos, nous initions notre descente vers ce lac aux rives nuit-bleutées. En bas, une autre surprise nous attend : des sources d’eau chaude naturelles, à température constante toute l’année. Un vrai délice pour nos muscles tout froissés et une pause bien méritée avant de poursuivre vers le camp du soir.

2h du matin. L’un des réveils les plus difficiles de ma vie. En pleine nuit, dans le froid et avec l’optique de passer les quatre prochaines heures à crapahuter sur le dos d’un volcan. Les statistiques ne sont pas encourageantes non plus : seule une personne sur trois parviendrait à se hisser jusqu’au sommet et finir le trek. Dans notre cas, 8 personnes y sont parvenues ; 7 ont lâché l’affaire avant. Et à ce stade de la lecture, vous vous demandez encore à quelle catégorie j’appartiens… ;-) À 3h nous étions encore un groupe ; à 4h nous commencions à nous disperser et Nyoman, à bout de souffle, calanchait après avoir trop chanté. La pente était ardue, le terrain sableux puis rocailleux et le paysage lunaire. À 5h certains avaient déjà atteint le sommet ; à 6h nous n’y étions toujours pas ! À 100m de l’arrivée, mes nerfs lâchaient et je m’écroulais en pleurs de fatigue. Mais à presque 7h du matin, nous tenions enfin entre nos mains le panneau de la victoire ! Ironie du sort, à 7h30, il nous fallait TOUT redescendre jusque de l’autre côté de la vallée. Douze heures de marche dans la même journée et le sentiment exquis, une fois arrivés, de l’avoir fait, et surtout, qu’on ne le refera pas !

COUP DE GUEULE. Le site de Rinjani a beau être magnifique, c’est aussi une véritable catastrophe écologique. Tous les campements sont parsemés d’ordures et il n’est pas rare non plus de trouver des ''mouchoirs de pipi'' sur les bas-côtés du sentier. Je sais bien que la gestion des ordures est un problème général en Asie du Sud-est, mais là il s’agit d’un parc national et les guides devraient montrer l’exemple ! Les touristes ne remplissent pas leur part du contrat non plus. Est-il si difficile de garder avec soi ses déchets et de les jeter à la fin du trek ?! De même, certaines pentes du volcan sont calcinées et quand on leur demande la raison, leur réponse est plus que vague. Finalement ils admettent que même si certains feux ont été provoqués pour renouveler les sols, la plupart sont accidentels et causés par des mégots lancés dans la nature. Voyez le nombre de guides ou porteurs avec une clope au museau et vous comprendrez !

3 comments:

Anonymous said...

Salut les aventuriers. Toujours dans l'extrême.... mais en final des photos sublimes. Mum

Anonymous said...

A Vos marques prêt partez à l'ascension d'un volcan haut perché
à 3800 et une redescente de l'autre côté, bravo tu nous étonneras toujours. mousse

Seb said...

Quel dommage que des paysages si magnifiques doivent encore et toujours subir la bêtise humaine... quand est-ce que les hommes réaliseront qu'ils ne sont pas seuls, sur cette planète ?... En tout cas, vous avez bien raison de vous en mettre plein les yeux, même s'il faut parfois en ch... pour y parvenir ;)